SAMARCANDA

StampaIl XXVI Premio Nazionale Paolo Borsellino presenta anche a Roma il libro “SAMARCANDA:
Interviste e immagini del Premio Borsellino”
di Luca Maggitti
CARSA Edizioni
Il Premio Paolo Borsellino è nato nel 1992.
Centinaia di incontri e di ospiti hanno, in oltre 20 anni, contribuito alla sensibilizzazione e alla crescita del territorio e dei suoi cittadini, grazie a temi di rilevanza nazionale e internazionale.
Attraverso le fotografie di Mimmo Cusano e altri volontari e interviste ai protagonisti di alcuni degli incontri, viene ripercorsa per immagini e pensieri una parte di attività culturale che ha avuto il merito di approfondire grandi temi come la lotta alle mafie, i diritti civili e la libertà di informazione.
INTERVISTE
Gian Carlo Caselli, Giuseppe Di Lello, Rosaria Capacchione, Lirio Abbate, Carlo Vulpio, Sandro Ruotolo, Francesco La Licata, Elena Fava, Beppino Englaro, Francesco Viviano, Giulia Innocenzi, Giuseppe Baldessarro, Giovanbattista Tona e Giovanni Cancelleri, Flavio Tranquillo, Nicola Gratteri, Maurizio Artale, Salvo Palazzolo, Stefania Petyx, Giorgio Tirabassi, Ascanio Celestini, Antonio Ingroia, Roberto Saviano, Don Aniello Manganiello, Manuela Iatì.
INTERVENTI
Agnese Borsellino, Roberto Saviano

SIAMO TUTTI CON LIRIO

lirioNuove minacce per il nostro giornalista

L’inviato de “l’Espresso”, sotto scorta dal 2007, è al centro di un piano criminale delle organizzazioni mafiose per la sua ìnchiesta di copertina sui nuovi re di Roma, eredi della Banda della Magliana

di Giovanni Tizian

La squadra mobile di Roma indaga su un progetto criminale che ha come obiettivo il giornalista dell’Espresso Lirio Abbate. L’inchiesta coordinata dalla procura antimafia di Roma è stata aperta lo scorso luglio dopo una segnalazione arrivata alla polizia in cui si faceva riferimento a un albanese che aveva avuto il compito di seguire e controllare gli spostamenti del giornalista. Una segnalazione precisa e dettagliata che è stata subito presa in seria considerazione dagli inquirenti che collegano la minaccia all’inchiesta giornalistica sul potere criminale a Roma che riguardava Michele Senese e Massimo Carminati. Una storia da copertina dal titolo “I quattro re di Roma”.

La “colpa” di Lirio sembra dunque essere quella di aver raccontato i nuovi re di Roma. Di come Michele Senese, Massimo Carminati, Giuseppe Fasciani e Giuseppe Casamonica, si sono spartiti la città. Nell’inchiesta è stata disegnata la nuova mappa del potere criminale grazie a fonti – che non sono giudiziarie – che vivono il territorio romano. Ha dato un volto ai padrini “cacio e pepe”, agli eredi della banda della Magliana, legati a camorra, Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Il suo lavoro è andato oltre la ricostruzione e lo studio di atti giudiziari.

Quando è stato pubblicato il numero con l’inchiesta di Lirio, in copertina i boss erano tutti a piede libero. Il “Riccardino” citato nella missiva inviata alla polizia è Arben Zogu, di 40 anni. É finito in carcere il 29 ottobre scorso insieme ad altre 12 persone grazie all’operazione coordinata dai pm Antonello Ardituro e Alessandro Milita della procura antimafia di Napoli. Un’inchiesta sul clan dei Casalesi che si servivano di braccia albanesi per imporre le macchinette mangiasoldi, le videslot, a Ostia e Acilia.

Riccardino, legato al boss Michele Senese (di cui Abbate si è occupato) è uno degli albanesi che il clan di Gomorra utilizzava per le azioni di forza. Se qualche commerciante non voleva le slot, ci pensavano Riccardino e Orial Zogu, campione italiano dei medio massimi nel 2012. Secondo la segnalazione proprio Riccardino si interessava al nostro giornalista. Avrebbe ordinato ai suoi uomini di pedinarlo. Ora è in carcere, ma gli investigatori continuano a tenere gli occhi aperti. Perché dietro il dipendente dei Casalesi e di Senese potrebbero esserci altri che potrebbero portare a termine il piano.

Ancora una volta l’inviato de “l’Espresso” è al centro dei piani criminali delle organizzazioni mafiose. Dal 2007 vive sotto scorta, dopo la pubblicazione con Peter Gomez del libro “I complici”. Ma anche quando lavorava all’Ansa di Palermo aveva ricevuto pesanti minacce da Leoluca Bagarela, il capo dell’ala stragista di Cosa Nostra. È stata la polizia a sventare un attentato davanti alla sua abitazione di Palermo.

L’Italia è il primo Paese dell’Unione europea con più giornalisti minacciati e intimiditi dalle mafie. Non è un fenomeno solo del nostro Mezzogiorno. Colleghi subiscono pressioni e intimidazioni quotidianamente in ogni regione d’Italia. Segno inconfutabile dell’inarrestabile ascesa dei clan. Dal 2006 a oggi, secondo i dati dell’Osservatorio ossigeno per l’informazione, sono 1554 i giornalisti minacciati in Italia. Dati terribili, amari. Non certamente degni di un Paese occidentale. Il livello è quello della Russia di Putin.

Roma è al centro degli interessi delle cosche di casa nostra. Investono, riciclano, inondano di cocaina le piazze della capitale, uccidono, quando è necessario. Ma tutto quello che avviene dentro il grande raccordo anulare è controllato da un piccolo gruppo di criminali. E non si fanno molti scrupoli a tappare la bocca ai “giornalisti giornalisti”, quelli che non si accontentano di sfiorare con le mani la superficie fredda delle cose, ma entrano nella carne viva delle questioni, dei fenomeni, dei poteri oscuri.

L’informazione come servizio per i cittadini. Che attraverso le storie e i fatti raccontati acquisiscono gli strumenti per comprendere la realtà in cui vivono. Ecco Lirio, come tutti noi, ha fatto semplicemente il suo dovere: ha detto ai romani e agli italiani di aprire gli occhi perché il crimine si sta mangiando la città simbolo dell’Italia nel mondo. Ma in questo paese fare semplicemente e con passione il proprio lavoro, solo il proprio lavoro e farlo bene, può diventare molto pericoloso. Su questo è necessario che chi governa rifletta e agisca in fretta.

Premio Nazionale Paolo Borsellino 2013

logo_okSocietà Civile, Espresso Teatro, Teatro la Scaletta
con il patrocinio del Comune di Roma
Premio Nazionale Paolo Borsellino 2013 
Il Premio Nazionale Paolo Borsellino è l’unico premio in Italia intitolato a Paolo Borsellino.
Il Premio Nazionale Paolo Borsellino nell’anno 2007 riceve la targa del Presidente della Repubblica a riconoscimento dell’alto valore sociale riconosciuto alla manifestazione che da 10 anni gode dell’Alto patronato.
Il Premio Nazionale Paolo Borsellino nell’anno 2008 ha vinto il “Premio Flare” istituito dalla Comunità Europea (solo tre premi in Italia tra 70 progetti educativi premiati in Europa).
Nell’anno 2006 ha partecipato il Presidente Giorgio Napolitano.
XXII edizione, anno 2007 è stato aperto dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro.
XXIII edizione, anno 2008 è stato aperto dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
XXIV edizione, anno 2009 è stato chiuso dal Presidente della Camera Gianfranco Fini.
Nell’ anno 2010 e nella sua XXV edizione è stato chiuso dallo scrittore e giornalista Roberto Saviano, con la partecipazione di Antonio Ingroia e Sandro Ruotolo.
In questi 21 anni oltre 800 sono stati i testimoni, tra scrittori, artisti, politici, magistrati, insegnanti e uomini più o meno noti che hanno portato il loro contributo ai “10 giorni per la legalità” del Premio.

 

“LA MAFIA NON LASCIA TEMPO”

mutolo

di Piero Melati

Mafia e politica. I soliti fili. Chi li tocca muore. Lui li maneggia con delicatezza. Con le stesse dita con le quali dipinge. Perché è un pittore. Ma anche con le stesse mani con cui ha strangolato le sue vittime, quando era un sicario della mafia. Non trema e spiega: “Totò Riina ha lanciato dal carcere un segnale preciso a Berlusconi. Un messaggio cifrato, una chiamata in codice. Ha detto Riina: fu lo Stato a venire da me, a propormi la trattativa, io non chiesi nulla. Tenete presente che Berlusconi, nei giorni precedenti all’esternazione di Riina, aveva annunciato di voler rifare Forza Italia. Secondo me, non è più come nel ’93, quando Forza Italia nacque.

Me lo ricordo bene quell’anno: ci mobilitammo tutti. Oggi la mafia è più debole di allora. Ma Riina ha voluto dire qualcosa di diverso da quel che penso io: oggi è come il ’93, questo ha voluto dire. Noi ci siamo ancora. Ricordati le promesse disattese”. Gaspare Mutolo ha 73 anni. Tradisce Cosa Nostra da 21. Ha confessato ventidue omicidi. Il primo pentito a provenire dalle file dei corleonesi. Era l’autista di Riina e conosce il capo dei capi da quando non era ancora il boss. “Era il ’67, io ero solo un ladro, non ero ancora combinato, e regalavo a Riina qualcosa da spendere con la fidanzata”. Ha fatto i nomi del funzionario del Sisde Bruno Contrada, di Corrado Carnevale, del pm Domenico Signorino. E di altri funzionari e magistrati, talpe della mafia dentro le istituzioni.

Ha convinto altri uomini di Cosa Nostra a pentirsi. Era lui l’uomo d’onore a colloquio con Borsellino nel luglio del ’92, quando questi si recò al ministero degli Interni per incontrare il neoministro Nicola Mancino, e vi trovò anche Contrada, e tornato all’interrogatorio il giudice era così nervoso da non accorgersi di avere acceso due sigarette contemporaneamente. Oggi è uno degli episodi controversi attorno cui ruota il processo sulla trattativa Stato-mafia. Mutolo ha visto l’agenda rossa di Borsellino sparita dopo la strage di via D’Amelio. Ha visto il giudice prendere appunti. Della mafia non sa tutto. Sa di più. E ha deciso di raccontare la sua vita in un libro scritto da Anna Vinci: Gaspare Mutolo, la mafia non lascia tempo (Rizzoli).

Anna Vinci è una specialista di storie oscure della Repubblica. Aveva già curato La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi (Chiarelettere). Incontriamo Mutolo nella penombra di un appartamento di Roma nord. Da anni Gasparino vive sotto falsa identità. Per un periodo ha abitato in una casa blindata a pochi passi da quella del prefetto Gianni De Gennaro. Di tornare a Palermo non se ne parla. “Farai la fine di Matteo Lo Vecchio” lo minacciò Riina in una pausa del faccia a faccia in aula, nel ’93, citando il personaggio dei Beati Paoli che finisce impiccato in piazza della Vergogna. Lui, cresciuto nelle borgate marinare di Partanna e di Mondello, è diventato un apolide.

“Ho detto addio alla mia terra”. “Ho collaborato per Falcone. A parte Pietro Grasso, che è siciliano, allora tutti gli organi antimafia erano diretti da calabresi e napoletani. I palermitani erano visti con sospetto, per le entrature che avevano con noi. Avevo deciso di fare grossi nomi. Ma non potevo combattere da solo. Così convincevo altri a parlare. Ma poi arrivarono pentiti come Di Maggio e La Barbera. Tornavano a Palermo e ricominciavano a sparare. E cambiò tutto”. Calò il sipario sulla stagione del pentitismo, che aveva portato alle prime sentenze di condanna. Da allora Mutolo tace. “Io dico che certuni, quando parlano di Falcone e Borsellino, dovrebbero fare gli sciacqui con l’aceto. Senza di loro non ho parlato più. Crede che non avrei potuto dire altre cose sul misterioso attentato dell’Addaura contro Falcone? Loro hanno sacrificato la vita per l’Italia. Altri hanno fatto carriera”.

Mutolo non si è costruito un pentimento su misura. Ammette di essersi deciso a fare il salto perché in carcere, all’Ucciardone (“per noi era un albergo a cinque stelle”) cominciò a sospettare che volessero farlo fuori. “Ma anche in quel caso non era facile. Si erano pentiti Buscetta e Contorno, e poi Marino Mannoia. Nell’88 a quest’ultimo uccisero tutti i parenti. Mai erano state ammazzate tre donne con ottanta schioppettate. Era un segnale: non guardiamo più niente. Parlare di collaborazione era pazzia. Perciò non potevo confessare col primo arrivato. Cercai un uomo che già apprezzavo. Cercai Falcone”. Quando Mutolo chiese di parlargli, il giudice non vestiva più la toga. Vittima del palazzo dei veleni, lavorava al ministero con Martelli.

“Mi incontrò lo stesso e per un’ora e mezzo mi spiegò che la mafia non era invincibile, che c’erano due ministri, Martelli e Scotti, pronti ad andare fino in fondo, che dovevo fidarmi di Borsellino. Gli dissi: va bene, dottor Falcone, parlerò. Voglio cominciare dal suo ufficio. Dal mio ufficio? Fece un salto dalla sedia. Lui già qualcosa sapeva. Ma non tutto”. Una smorfia di dolore. “Ho fatto il nome di Signorino, uno dei due pm del maxiprocesso. Si è suicidato. Ne soffro ancora. Poteva dire che lo stavo calunniando. Non importava il singolo colluso, allora c’era un sistema. Con la politica, con la giustizia, noi eravamo intrecciati”.

Unisce le mani e stringe forte le dita. “Nel ’63, nel ’64, si portava l’olio, i formaggi… Era normale che un magistrato avesse contatti con i mafiosi. Oggi non è più così, ma non perché lo predicano don Ciotti o il ministro della Giustizia, ma per il macello che ha fatto Riina”. Gli anni di piombo in Sicilia. Prima che si celebrasse il maxiprocesso. “Mille morti? No, furono molti di più. Le lupare bianche non si contano. C’erano i cortigiani dei corleonesi, che piegavano la testa, e c’erano i giacobini, che volevano uccidere sempre. Antonio Madonia aveva studiato da dottore. Eppure sparava tanto. I fratelli uccidevano i fratelli, i padri facevano uccidere le figlie”. Una tragedia greca in città, a Palermo.

“Nel 1974 i boss poi uccisi da Riina, Bontate e Inzerillo, ci dicevano sempre: stiamo toccando il cielo con un dito. All’improvviso eravamo diventati tutti costruttori. Serviva un milione? Lo trovavo in un minuto. I soldi del traffico di droga erano un fiume. Quelli delle raffinerie un oceano. Ma Riina diceva: non mi interessano i soldi. Voleva anche il potere. Non la dovete chiamare più guerra di mafia. Fu una cospirazione. Era una guerra di potere, per agganciare il potere politico”. Quando cominciò la guerra? “Mai visto Riina arrabbiato come nel ’74. Eravamo in un garage. Era una tigre. Riina ce l’aveva con Gaetano Badalamenti, il boss di Cinisi. Aveva detto agli americani che il vero capo era lui. Ma nessuno capì la rabbia di Riina. Se Badalamenti avesse fatto guerra ai corleonesi, ci sarebbero stati meno morti”.

Ma chi giocò di sponda con Cosa Nostra e le sue guerre? “Intende qualche P2? Noi eravamo i fratelli cattivi. Nella P2 c’erano magistrati, giornalisti, avvocati. Ma se uno sbagliava, non è che sparavano come facevamo noi. Ora è cambiato qualcosa? Non tanto. Prima c’erano Falcone e Borsellino. Li hanno annientati. Oggi il procuratore Ingroia è stato costretto a dimettersi da magistrato e il giudice Di Matteo lo vogliono distruggere. Finché i parlamentari non denunciano i collusi, finché c’è omertà nei governi e in Parlamento, noi resteremo nel buio. Provo rabbia quando sento parlare don Luigi Ciotti alle commemorazioni. Dice che bisogna cercare nelle zone grigie. Sono d’accordo. Ma mi aspetterei che si facessero nomi. Si facciano i nomi di chi si sporca l’anima con la mafia ancora oggi. Io, se c’è un colluso, lo indico. Non ho paura. Si chiami Mannino o Dell’Utri. Siamo tornati all’82, quando i prefetti dicevano che non c’era la mafia, perché quando il boss Santapaola inaugurava una bottega, il prefetto ci doveva essere”.

I misteri di mafia sono tornati misteri. Il covo di Riina non perquisito dopo la cattura: “Mai successo prima”. Massimo Ciancimino, “che si è fatto fregare… Come mai aveva 50 candelotti di dinamite? Ha buttato a mare le sue rivelazioni. Che interesse aveva? Non ci vedo chiaro”. La sparizione dell’agenda rossa di Borsellino: “Può averla sottratta solo un alto ufficiale “. La polemica del pm del maxiprocesso, Ayala, contro il fratello di Borsellino: “Ayala doveva avere più rispetto per un uomo che si spacca il cuore per avere giustizia”. La misteriosa latitanza di Matteo Messina Denaro: “Lo cercano, ma con tutti quei soldi corrompi chiunque. Ti puoi nascondere in un feudo, in una casa nobiliare, posti dove non si può fare una irruzione al giorno. E poi, a Trapani, si può essere sia mafiosi che massoni. Questo aiuta ad avere relazioni. A Palermo è diverso. Palermo resta prima di tutto la capitale mondiale della mafia. Il resto viene dopo”.

tizianLa ‘ndrangheta come non l’avete mai letta. Non la cronaca distaccata del giornalista che cerca di descrivere la mafia calabrese, non l’analisi fredda degli atti giudiziari ma il racconto di una vita segnata dalla ferocia delle cosche. In “La nostra guerra non è mai finita” (in libreria per Mondadori) Giovanni Tizian, cronista de “l’Espresso”, intreccia i suoi ricordi con la ricostruzione dell’ascesa dei nuovi baroni del crimine. Affronta senza retorica pagine dolorose: l’omicidio del padre, funzionario di banca assassinato in un delitto rimasto irrisolto; la distruzione della fabbrica dei nonni che non si erano piegati al racket; il trasferimento in Emilia e la scelta di dedicarsi al giornalismo d’inchiesta. Ma anche al Nord ormai i clan hanno messo radici: i suoi articoli sulla “Gazzetta di Modena” spingono i boss a progettare di «sparargli in bocca» e Tizian finisce sotto scorta. Nel libro la memoria diventa lo strumento per far capire cosa sia realmente il potere della ‘ndrangheta, con una formula narrativa molto efficace che riesce a trasportare il lettore nella dimensione dei paesini dove è nato questo impero criminale. Ecco uno stralcio del capitolo dedicato alla guerra dello Stato contro i sequestri di persona, la sorgente iniziale dei tesori delle cosche.
Non tornavo a Bovalino in dicembre da troppo tempo. Ormai abituato agli inverni emiliani, freddi e umidi, mi sento un po’ spaesato in questo tepore che sa di salsedine e ti invita a uscire per passeggiare in silenzio e riflettere. Sono gli odori, soprattutto, a riportarmi indietro nel tempo: un lieve sentore di legna bruciata nei camini che si mescola alla fragranza di arance e mandarini, di pane fatto in casa.
Gli inverni in Calabria sono dolci. La neve s’intuisce sulle cime dell’Aspromonte, di rado arriva sulle colline. E mentre cammino solitario, il ricordo di una nevicata lontana nel tempo mi riempie di malinconia.
Quasi sperso fra strade che pure conosco a memoria, mi ritrovo improvvisamente di fronte allo sfacelo di quello che è stato l’hotel Orsa, sul corso principale del paese. Sorto negli anni Sessanta sulla spinta di un promettente inizio di sviluppo turistico, adattato negli anni bui dei sequestri a caserma per poliziotti, esercito, battaglione speciale dei carabinieri. Metafora di un tempo traditore che qui scorre al contrario: dal boom economico a un medioevo di violenza e ferocia senza fine che ha il volto spietato della ‘ndrangheta.

Io conosco solo questa Bovalino.

Nato nel 1982, negli anni dominati dall’Anonima sequestri, del famoso albergo sul corso principale ho conosciuto la decadenza. Da bambino giocavo con Giuseppe e altri amici nella villa comunale, che sorgeva accanto alla struttura ormai occupata dall’esercito. Tiravamo calci a un pallone o guardavamo incuriositi i pochi pesci rossi superstiti in una vasca abbandonata. Lanciavamo occhiate impaurite agli uomini armati, chiedendoci in quale strano gioco fossero intenti. E se la palla sfuggiva dai confini della villa, facevamo la conta per stabilire chi fosse lo sfortunato a cui toccava andare a recuperarla. Quando toccava a me, il cuore mi batteva forte e camminavo a testa bassa per timore di incrociare gli sguardi dei soldati.

Vivevamo nella paura senza sapere quale fosse il vero nemico. Mia madre e Teresa vigilavano, sedute su una panchina un po’ distante, due figurette giovani vestite di colori vivaci. Quell’eterna ragazza che è mia madre, unico rifugio dalle mie paure.

L’occupazione militare è il segno di un luogo di frontiera, e Bovalino lo è stato per lungo tempo. Ma quella poliziesca è stata solo la conseguenza di un’occupazione ben più corrosiva da parte di un’organizzazione che oggi è ramificata in tutto il mondo.
È da centocinquant’anni che le truppe della ‘ndrangheta hanno militarizzato la Calabria. Hanno ucciso, saccheggiato, trafficato, sequestrato. Le ‘ndrine non si sono fatte scrupoli, a dispetto di quanto raccontano le leggende sull’onore della famiglia Montalbano o della Picciotteria, come veniva chiamata la ‘ndrangheta nell’Ottocento.

Le teorie sulla bontà della ‘ndrangheta antica sono ancora oggi numerose e molto in voga. C’è chi individua nella storia della mafia calabrese uno spartiacque e racconta una favola che suona più o meno così: c’era una volta l’uomo d’onore, che viveva nel rispetto e del rispetto del paese, ma fu scacciato da boss spregiudicati, spinti dall’avidità e dalla sete di denaro. Che i vecchi capibastone regolassero i conflitti interni alla comunità, sostituendosi alla legge e allo Stato, è vero, ma non lo facevano certo in nome di una giustizia sociale. Anche loro erano avidi di consenso e di potere. E per chi non si piegava c’era la violenza o la morte. Signorotti senza legge e senza umanità, vessavano e dissanguavano i poveri cristi, mentre stringevano alleanze con i potenti.

L’occupazione mafiosa c’è sempre stata, in passato con l’Onorata società e oggi con la ‘ndrangheta transnazionale. Un’organizzazione che si è mondializzata a piccoli passi. I sequestri di persona sono stati per i clan della Locride quello che la catena di montaggio è stata per il capitalismo. L’accumulo di denaro è iniziato con l’industria dei sequestri. Nel loro “Dimenticati”, i giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro scrivono che dal gennaio 1969 ai primi mesi del 1998 in Italia i rapiti sono stati 694: 81 sono morti e di soli 27 si sono trovati i resti. La Lombardia, già negli anni Settanta invasa dalle cosche della ‘ndrangheta, detiene un macabro record: 158 rapimenti. Segue la Calabria con 128 (117 solo in provincia di Reggio). Poi la Sardegna (107), il Lazio (64), il Piemonte (39) e la Toscana (26). Ebbene, un terzo del totale porta la firma delle ‘ndrine calabresi. Numeri impres- sionanti per un Paese democratico e civile. Ogni sequestro, un riscatto: circa 400 sono stati i miliardi estorti. La metà dei quali ha ingrassato i padrini dell’Aspromonte.
A ritmo incessante si sono susseguite le imboscate degli uomini della ‘ndrangheta per catturare imprenditori, figli di industriali, medici, farmacisti. Fino agli anni Ottanta, quando è stato raggiunto l’apice; poi i sequestri sono diminuiti e, infine, cessati a metà degli anni Novanta.
In quel periodo terribile, Bovalino, la Locride e la provincia di Reggio Calabria erano al centro della notizia. Telecamere e macchine della Rai sostavano nelle piazze o davanti alle case. Nel mio paese, la piazza di fronte alla chiesa era illuminata dai riflettori delle dirette televisive, e al mio sguardo di bambino sembrava uno stadio che attende l’ingresso dei giocatori. Tutta quell’attenzione e quel trambusto nelle strade del paese mi davano un brivido di eccitazione, che però si mescolava all’apprensione che percepivo negli adulti: nel viavai degli amici a tarda sera, nelle parole sussurrate e nei volti tesi. Ero piccolo e i discorsi dei grandi mi sfuggivano, ma era impossibile non avvertire la preoccupazione, l’ansia, l’incertezza.
Quando mi sedevo in braccio alla nonna davanti al camino, le domandavo il perché dei riflettori, delle telecamere, e lei, che conosceva i nomi di tutti i giornalisti impegnati nella Locride, mi abbracciava e mi parlava come se fossi adulto; mi spiegava che erano lì perché le persone rapite che avevamo visto alla tv forse erano tenute nascoste sui nostri monti e bisognava fare tutto il possibile affinché venissero liberate. «È successo anche ai nostri amici, sai? Eri piccolo, avevi tre anni. Non puoi ricordare.» Si riferiva al sequestro del farmacista del paese, Giuseppe De Sandro, amico di famiglia.
C’erano giornalisti bravi e meno bravi. Quelli che aspettavano la notizia, che cercavano i fatti, e quelli che inseguivano con ferocia lo scoop. Da mostrare a un’Italia terrorizzata da una banda di selvaggi criminali dall’accento duro e dai modi rudi. Ignara che presto, con quegli stessi banditi, avrebbe concluso affari vantaggiosi e che eminenti politici, alla ricerca di voti, ci avrebbero cenato insieme. Gli italiani non immaginavano che avrebbero diretto le loro Asl e costruito le loro case, le autostrade, gestito discoteche e ristoranti.
Nella Locride si aggiravano anche personaggi ambigui, inviati da chissà quale grumo di potere per trattare con i rapitori. E uomini armati, con mimetiche e anfibi neri sporchi del fango dell’Aspromonte, alla ricerca dei sequestrati, nascosti nei covi scavati nelle nostre montagne. Ostaggi sepolti vivi sotto le frasche che celavano una voragine trasformata in tana. Nella cronaca dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la mia terra assomigliava a un paese in guerra. Da una parte lo Stato, timido e impacciato, dall’altra un esercito organizzato e pronto a tutto. E in mezzo noi, legati al nostro destino, i veri sequestrati nella patria dei sequestratri. Un inferno senza via di fuga. Isolati da un’informazione sensazionalistica, fatta di approssimazione e stereotipi, che ci trattava come animali esposti allo zoo.

“LA NOSTRA GUERRA NON È MAI FINITA” IL NUOVO LIBRO DI GIOVANNI TIZIAN

tizian

“Signora, suo genero era un funzionario integerrimo, lo aggiungerei per richiamare la frase che viene citata dopo, una brava persona, limpida e senza ombre, tanto da non consentirci di rintracciare indizi dai quali partire per risolvere il caso”. Queste poche, sconsolate parole, pronunciate da un investigatore, mia nonna Amelia le ha custodite per lungo tempo. Una frase che preannunciava la sconfitta di fronte ai criminali. Le ha conservate intatte fino all’inizio del 2006, quando io, giovane e ribelle, poco più che ventenne, comincio a farle domande durante le serate casalinghe riscaldate dalla fiamma del camino. Mentre ci stringiamo in quell’affetto mai venuto meno dopo l’addio alla Locride, unico motore che ci ha sospinti verso un futuro possibile, vengono a galla frammenti di storia, pezzi di memoria, schegge di verità. Il paradosso dell’onestà: la difficoltà di giungere alla verità giudiziaria a causa della vita senza ombre di mio padre è una delle confidenze dolorose consegnatemi da mia nonna. Me la porterò dentro per sempre. Una ferita profonda inferta dalla rinuncia. Forse è per questo che conoscere quell’ufficiosa dichiarazione di resa della giustizia, quell’ammissione dell’incapacità di risolvere il caso è stata per me la scintilla decisiva. Il giorno seguente non ho più dubbi e mi convinco che c’è solo una strada da percorrere: ridare dignità, costi quello che costi, alla memoria di mio padre. E attraverso di lui a tutti gli onesti, i giusti, gli integerrimi, vittime della lupara e dell’indifferenza della collettività, colpevole quanto le mafie di avere regalato le loro storie nel freddo scantinato della dimenticanza”.

Da quando ho lasciato la calabria l’estate si è caricata di attese, è diventata il periodo dell’anno in cui è come se viaggiassi a ritroso nel tempo. La stagione dei ricordi, quella in cui mi concedo all’abbraccio degli amici di sempre. Quando vivevo a Bovalino, l’estate era solo una stagione più calda durante la quale le strade del paese si affollavano di emigrati tornati nella nativa Locride per le vacanze. Non è più così da quando Modena mi ha adottato. Già a maggio pregusto i giorni che trascorrerò sotto la tettoia di canne, scrigno di momenti felici, di sogni, di malinconie”. Nelle pagine del libro di Giovanni Tizian, ci sono i volti di una Calabria dimenticata. Quella che assapora in silenzio il gusto dell’omertà, ma anche di una terra che resiste e si ribella, fatta di sogni di legalità.

http://www.huffingtonpost.it/2013/03/20/la-nostra-guerra-non-e-maifinita_n_2915648.html

ALCUNI DEI PREMIATI DELLA 18ª EDIZIONE

di liegroLuigina Di Liegro  Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro

Laureata in Analisi delle politiche pubbliche e relazioni internazionali alla Columbia University di New York è impegnata in attività di volontariato presso diverse organizzazioni non lucrative di utilità sociale e ha organizzato la Conferenza Children & the Mediterranean Culture, Health and Urban Setting per la Fondazione Gaslini. Accanto all’attività lavorativa, si dedica da sempre alla partecipazione civica soprattutto nell’ambito del volontariato sociale e nel settore socio-sanitario. E’ stata tra i fondatori della Fondazione Internazionale Don Luigi Di Liegro con sede a Roma e attualmente ne è presidente: la Fondazione è fortemente impegnata a sostenere le persone affette da disagio psichico e le loro famiglie, offrendo aiuto per superare situazioni di isolamento sociale e di solitudine affettiva. Ha promosso la costituzione del Centro per l’Adozione Internazionale (CPAI) di Roma. Ha sostenuto l’azione della Cooperativa Partire dagli ultimi in attività di servizi socio sanitari per l’accoglienza e l’inserimento delle persone che vivono nell’emarginazione e in condizioni di povertà. E’ stata responsabile per la Caritas Diocesana di Roma (1985-1997) di progetti di raccolta fondi.

calleriSalvatore Calleri  Fondazione Caponnetto

Presidente della Fondazione Antonino Caponnetto, nata su idea della moglie Elisabetta Baldi che porta avanti un prezioso lavoro contro il crimine organizzato e per la promozione di una cultura della legalità soprattutto nelle scuole. Dal 1992 fino al 6 dicembre 2002 è stato il più stretto collaboratore di Antonino Caponnetto.

cuomoLuigi Cuomo  Nuova Quarto Calcio

Fino al febbraio del 2011 l’allora Quarto Calcio S.s.d. era uno dei tanti gingilli del clan Polverino, la potente organizzazione mafiosa della provincia di Napoli signori assoluti del traffico di droga. E la locale squadra di calcio tornava utile per estendere il controllo criminale in ogni ambito della vita civile. Non quindi soltanto un giocattolo nelle mani dei boss, ma un canale di pressione sull’amministrazione locale, un luogo per allacciare relazioni e favorire appalti, lo schermo per imporre alle imprese un pizzo mascherato da sponsorizzazione sportiva. Poi il sequestro ottenuto dalla Procura antimafia. Per la prima volta nel caso di una squadra di calcio, si è deciso di affidarne la guida ad un’associazione antiracket, in questo caso ad Sos Impresa. Il procuratore antimafia Antonello Ardituro, dopo aver coordinato le indagini, si è buttato nell’avventura della squadra anticamorra, divenendone il presidente onorario. Luigi Cuomo, presidente di Sos Impresa e invece il dirigente della Nuova Quarto Calcio che cerca di incardinare nell’esperienza calcistica, momenti di dibattito e sensibilizzazione». Sono nate assemblee, iniziative pubbliche, momenti di confronto.

 GLobianco

Giuseppe lo Bianco  giornalista

Giuseppe Lo Bianco, cronista giudiziario da oltre venticinque anni a Palermo, ha lavorato al “Giornale di Sicilia” e a “L’Ora” negli anni della guerra di mafia. Oggi collabora con “il Fatto Quotidiano” e con “MicroMega”. Ex corrispondente de “L’Espresso” dalla Sicilia, ha scritto con Franco Viviano “La strage degli eroi e con Sandra Rizza “Rita Borsellino, la sfida siciliana“, “Il gioco grande“, “Ipotesi su Provenzano“, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, “Profondo nero e L’agenda nera“. Inoltre con Antonio Ingroia e Sandra Rizza “Antonio Ingroia. Io so, e due ebook: “Il depistaggio e “Petrolio e Sangue“.

rizzaSandra Rizza  giornalista

Per un decennio cronista giudiziaria all’Ansa di Palermo, ha imparato il mestiere di giornalista negli stanzoni de “L’Ora” di Palermo, negli anni caldi della guerra di mafia, passando presto alla cronaca nera e giudiziaria. Ha collaborato con “il manifesto” e con “La Stampa”, ed è stata corrispondente dalla Sicilia del settimanale “Panorama” negli anni delle stragi 1992-93. Oggi collabora con “MicroMega” e scrive su “il Fatto Quotidiano”. Ha scritto “Rita Atria” e “Una ragazza contro la mafia. Con Lo Bianco ha scritto “Rita Borsellino la sfida siciliana“, “Il gioco grande“, “Ipotesi su Provenzano“, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, “Profondo nero e L’agenda nera. Con Antonio Ingroia e Giuseppe Lo Bianco “ e due ebook: “ e “Petrolio e Sangue“.

robertiFranco Roberti  Procuratore D.N.A.

È nato a Napoli, già sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli dal 16 settembre1982 si è occupato di criminalità organizzata di tipo mafioso e terroristico-eversivo, facendo parte, dapprima, della sezione “Estorsioni e sequestri di persona” e, quindi, fin dalla sua costituzione, della Direzione Distrettuale Antimafia. Dall’11 gennaio 1993 al 26 agosto 2001 ha svolto le funzioni di sostituto procuratore nazionale antimafia presso la Direzione Nazionale Antimafia. In seguito, dal 27 agosto 2011 è stato procuratore della Repubblica aggiunto in Napoli. Dal 01 novembre 2005 al 15 aprile 2009 è stato coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Napoli. In tale veste ha diretto le principali indagini nei confronti delle organizzazioni criminali operanti nella città di Napoli e nell’area casertana. Vanno in particolare ricordati i procedimenti penali contro il gruppo stragista del “clan dei casalesi”, che portarono alla completa disarticolazione dell’organizzazione criminosa, alla cattura e alla condanna di tutti i latitanti. Dal 16 aprile 2009 è stato procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ed ha coordinato personalmente la Direzione Distrettuale Antimafia. Il 25 luglio 2013 il Consiglio Superiore della Magistratura lo ha nominato Procuratore nazionale antimafia.

Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafieGiovanni Tizian  giornalista l’Espresso

Giornalista del gruppo l’Espresso, è della generazione nata nel 1982. Scrive per il quotidiano la Repubblica e il settimanale l’Espresso. Ma non ha abbandonato la Gazzetta di Modena, dove nel 2006 ha iniziato a scrivere di cronaca. Si occupa di giudiziaria, e soprattutto ama scavare la superficie della cronaca e realizzare inchieste. Le relazioni tra mondo economico e organizzazioni mafiose, sono spesso al centro delle sue inchieste. Ha conseguito la laurea in Criminologia nel 2008, con una tesi sulla “’ndrangheta transnazionale”. Appassionato di letteratura il suo interesse, per gli scrittori sud americani quali Josè Saramago in cima alla lista delle preferenze. È autore di “È autore di “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” edito da Round Robin, pubblicato a novembre 2011. In questi mesi sta lavorando a una nuova pubblicazione per Mondadori. Da dicembre scorso è costretto a vivere sotto scorta.

cavalli_apreGiulio Cavalli Attore

Dopo aver fondato a Lodi la compagnia “Bottega dei Mestieri Teatrali” produce lo spettacolo “(Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers, spettacolo sulla vicenda del G8 a Genova nel 2001 e sulla morte di Carlo Giuliani. Del 2007 è “Bambini a dondolo”, dramma sul turismo sessuale infantile. Nel 2009 mette in scena il monologo “Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi. A causa delle minacce mafiose ricevute a seguito della messa in scena di quest’ultimo spettacolo, gli è stata assegnata una scorta. Cavalli prosegue nella sua denuncia delle collusioni e infiltrazioni mafiose con RadioMafiopoli e altri spettacoli. Nel 2011 in collaborazione con il regista Renato Sarti scrive e interpreta “L’innocenza di Giulio”, spettacolo sul processo al senatore Giulio Andreotti per i suoi rapporti con la mafia, spettacolo da cui nel 2012 è tratto il libro “L’innocenza di Giulio: Andreotti e la mafia. Nell’agosto 2013 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura racconta il progetto della ‘Ndrangheta per fare fuori Giulio Cavalli.