Il 27 gennaio, L’Aquila si mobilita, in occasione del Giorno della Memoria

Il 27 gennaio, L’Aquila, attraverso il Premio nazionale Paolo Borsellino, si mobilita, in occasione del Giorno della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto.

Venerdì 27 gennaio, alle ore 11, all’Auditorium del Parco de L’Aquila, il Sindaco de L’Aquila Pierluigi Biondi, il Presidente della Corte d’Appello L’Aquila Fabrizia Francabandera e l’avvocato Luigi Guerrieri, insieme per ricordare e non dimenticare i tragici eventi che caratterizzarono una delle pagine più nere della nostra storia. Con loro, Silvia D’Anastasio Attrice, per la lettura di alcuni brani di Primo Levi. Dopo la lettura si svilupperà una riflessione sui concetti più cari al grande autore.

L’Aquila, presentazione del Libro di Catello Maresca “La Banalità della mafia”

La promozione della lettura come strumento prezioso per riflettere insieme con chi ha a cuore e la voglia ascoltare e di condividere il tema della Legalità.

Per questa ragione, il 23 Gennaio a L’Aquila al Palazzetto dei Nobili alle ore 11, presentiamo il libro, dal titolo “LA BANALITA’ DEL MAFIA” L’educazione civica raccontata ai ragazzi – di Catello Maresca

Intervengono Pierluigi Biondi Sindaco de L’Aquila, Catello Maresca Magistrato Autore del libro e Leo Nodari Giornalista

Simboli e Stragi, Alessandrini, Dalla Chiesa come Falcone e Borsellino”?

Teramo, Venerdì 20 Gennaio alle ore 11, all’Auditorium Istituto Alessandrini Marino, saremo insieme, con alcuni studenti dell’I.I.S. “Alessandrini-Marino” e del Liceo “Milli”, per una riflessione condivisa sul tema:

“Alessandrini, Dalla Chiesa come Falcone e Borsellino”?

Ad aiutarci a riflettere sul tema, saranno, il testimone Marco Alessandrini, figlio del Magistrato Emilio assassinato il 29 gennaio 1979 e la Dirigente Scolastica dell’I.I.S. “Alessandrini-Marino” e del Liceo “Milli” di Teramo Manuela Divisi

Il ruggito / Oggi ha vinto lo Stato. Ma non è finita

A testa bassa. Eccolo uscire guardando solo per terra. Il suo tempo finisce qui. Ora per lui si aprirà solo un cancello di ferro. Morirà in carcere come Riina e Provenzano. Ed è giusto così. Mentre si apre il capitolo dei segreti da svelare, quelli del passato e quelli del presente. I padrini delle stragi, registi e attori della strategia della tensione corleonese che ha violentato e cambiato la storia d’Italia. All’appello mancava solo lui, Matteo Messina Denaro, uno dei “rampolli” di Totò Riina, ricercato dal 1993 mentre era in corso l’attacco terroristico di Cosa nostra alle istituzioni e alla convivenza civile, di cui il boss di Castelvetrano è stato uno dei protagonisti. Era l’ultimo dei “volti noti” di Cosa Nostra. E come Michele Greco, Riina, e come Provenzano anche il capo dei capi, U siccu, Diabolik, il latitante trentennale Mattia Messina Denaro non è stato catturato chissà dove, ma nella Sicilia dove resistono i complici, gli omertosi e chi non parla con “la sbirritudine”. Come per i suoi predecessori, così anche per “Mmd” non c’erano grandi immagini, ma almeno le sue sono a colori. 20 condanne all’ergastolo. 30 anni di latitanza contando su appoggi che non prevedessero più i legami con la famiglia d’origine (finita in galera quasi per intero), ma conservando – anche a distanza – quelli con chi ha continuato a garantirgli protezione: compresi “brave persone”, pezzi di potere istituzionale, come ipotizzato più volte dagli inquirenti che gli davano la caccia. Dopo il piccolo Di Matteo sciolto nell’acido, dopo Capaci e via D’Amelio Messina Denaro s’era messo sulle tracce di Maurizio Costanzo, infiltrandosi pure tra il pubblico del teatro Parioli insieme all’altro mafioso stragista Giuseppe Graviano; un anno dopo Costanzo restò miracolosamente illeso nell’esplosione di via Fauro . Ora U siccu, che custodisce tanti segreti, a cominciare dall’ipotetico archivio segreto di Riina sfuggito ai carabinieri nella mancata perquisizione nel covo del boss di trent’anni fa, pagherà -in parte- i suoi debiti. La cattura più agognata finalmente arrivata.

La bella e confortante notizia dell’arresto arriva mentre ho appena ricordato il trentesimo anniversario dell’arresto di Totò Riina. Una notizia di cui essere felici ed è giusto, anzi doveroso, il riconoscimento alle Forze di polizia e alla Procura, che per tanti anni, con sforzo e impegno incessanti, anche a costo di sacrifici, hanno inseguito il latitante. Ciò che però un po’ preoccupa è rivedere le stesse scene e reazioni di trent’anni fa: il clima di generale esultanza, l’unanime plauso dei politici, le congratulazioni e le dichiarazioni che parlano di “grande giorno”, di “vittoria della legalità” e via dicendo. Non vorrei si ripetessero pure gli errori commessi in seguito alla cattura di Riina, e di Provenzano. Le mafie non sono riducibili ai loro “capi”, non lo sono mai state e oggi lo sono ancora di meno, essendosi sviluppate in organizzazioni reticolari in grado di sopperire alla singola mancanza attraverso la forza del sistema. Sviluppo di cui proprio Matteo Messina Denaro è stato promotore e protagonista, traghettando Cosa Nostra dal modello militare e “stragista” di Riina a quello attuale, imprenditoriale e tecnologico capace di dominare attraverso la corruzione e il “cyber crime” riducendo al minimo l’uso delle armi. La sua latitanza è stata accompagnata anche dalla latitanza della politica indirettamente complice di quella di Messina Denaro: la mancata costruzione, in Italia come nel mondo, di un modello sociale e economico fondato sui diritti fondamentali – la casa, il lavoro, la scuola, l’assistenza sanitaria – modello antitetico a quello predatorio che produce ingiustizie, disuguaglianze e vuoti di democrazia che sono per le mafie di tutto il mondo occasioni di profitto e di potere. Ci auguriamo che all’arresto segua una piena confessione e collaborazione con la magistratura, che il boss di Cosa Nostra sveli le tante verità nascoste, a cominciare da quelle che hanno reso possibile la sua trentennale latitanza: non si sfugge alla cattura per trent’anni se non grazie a coperture su più livelli. Occorre che queste complicità emergano, anche perché solo così tanti famigliari delle vittime di mafie che attendono giustizia e verità avrebbero parziale risarcimento al loro lungo e intollerabile strazio.

La lotta alla mafia non si arresta con Matteo Messina Denaro perché l’ultima mafia è sempre la penultima, perché il codice genetico della mafia affida alla sua creatura un imperativo primario: quello di sopravvivere. Ce n’è un’altra infatti che cova, ha sempre covato. Nei cambiamenti storici che sono avvenuti, ci sono sempre delle ceneri che ardono sotto. Dunque esultiamo pure per la cattura di Messina Denaro ma nella consapevolezza che l’arresto di oggi non è la conclusione ma la continuità di un lungo percorso, di una lotta per sconfiggere le mafie fuori e dentro di noi. Falcone e Borsellino, La Torre e Dalla Chiesa, Fava e Mattarella, Chinnici e don Puglisi, e più di mille altri. A chi interessano oggi i morti di mafia? La parola mafia manca completamente dal lessico, è assente anche dai discorsi di tutti gli esponenti parlamentari. . Eppure c’è un fattore indiscutibile: il principale problema di ordine pubblico in Italia sono le mafie. Eppure lo sguardo deformato delle élites politiche e dell’opinione pubblica sui problemi dell’ordine pubblico e della giustizia produce una sub-cultura funzionale agli interessi mafiosi. Val la pena allora ricordare che non c’è proprio nulla di costituzionalmente dovuto nell’ammorbidimento delle misure antimafia. La Corte costituzionale ha stabilito decine di volte che la collettività ha il dovere di difendersi dagli attacchi violenti e sovvertitori; e che la Corte europea dei diritti di Strasburgo ha a più riprese stabilito che lo Stato ha il dovere di proteggere le vittime dei reati e di non permettere troppo facilmente la prescrizione dei reati.

Occorre rammentare che Peppino Impastato, Mauro Rostagno e Giancarlo Siani (per fare solo alcuni esempi) non erano sprovveduti che prendevano per estorsioni e faide da traffico di stupefacenti meri furtarelli o liti per corna. E non si può dimenticare – mai – che le mafie sono un gigantesco potere economico-finanziario, che muove enormi affari e interessi, dall’America Latina all’Italia e all’Europa tutta. Oggi ha vinto lo Stato. Cioè noi. Ma non bisogna mollare la presa perchè ogni vittoria della mafia è un danno politico e sociale. E anche economico.

Il premio a L’Aquila per lo svelamento del Monumento “Il Sorriso

L’Aquila, 14 Dicembre ore 11, all’Auditorium del Parco di Renzo Piano si è svolta la cerimonia di Svelamento del monumento “Il Sorriso di Giovanni e Paolo”, dedicato a tutti gli uomini che hanno cercato, e che continuano a farlo, a migliorare le sorti della nostra umanità.
Noi, del Premio nazionale Paolo Borsellino, siamo orgogliosi ed onorati di continuare, in maniera indiretta, a dare voce alla nostra più alta speranza, che è quella di migliorarci ogni giorni, per una Società audace e meno violenta.
Ringraziamo tutte le persone che sono intervenute, Pierluigi Biondi Sindaco dell’Aquila Comune dell’Aquila, Fabrizia Francabandera Presidente della Corte di Appello de L’Aquila, Roberta D’Avolio Presidente ANM Abruzzo e Angiolo Pellegrini, tutte le persone che si sono messe a disposizione, inoltre l’occasione per porgervi i nostri immensi Auguri di Buone Feste!

XXX Premio nazionale Paolo Borsellino ’22

Pescara – 28 Ottobre – Teatro Flaiano

Alcune emozioni fotografiche della Cerimonia di Premiazione del XXX Premio nazionale Paolo Borsellino ’22, a cura di Cristian Palmieri

Conferenza Stampa XXX Premio nazionale Paolo Borsellino

Sabato 22 Ottobre alle ore 11, nel Palazzo del Governo di Pescara si terrà la Conferenza Stampa di presentazione del XXX Premio nazionale Paolo Borsellino.

Organizzato dall‘Associazione Falcone e Borsellino in collaborazione con Legambiente e ANM Associazione Magistrati Abruzzo, nato il 3 dicembre del 1992 e voluto dal Giudice Antonino Caponnetto e da Rita Borsellino, il Premio, ancora una volta, vuole dare il giusto riconoscimento a tutte quelle personalità che si sono contraddistinte per il loro impegno civile e sociale.

Presieduto dal Prefetto Luigi Savina, vede quali garanti il Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia Giovanni Melillo, il generale dell’Arma Angiolo Pellegrini e il Parroco di Scampia Don Aniello Manganiello.

Alla Conferenza Stampa interverranno il Prefetto di Pescara Giancarlo Di Vincenzo, il Sindaco della città di Pescara Carlo Masci, il Presidente del Premio il Prefetto Luigi Savina e Gabriella Sperandio, Presidente dell’Associazione Falcone e Borsellino

Marcelle Padovani a Pescara per il XXX Premio nazionale Paolo Borsellino

Il 23 maggio 1992 il tratto di autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo divenne la linea di faglia fra un prima e un dopo.

Il boato scaturito dal terribile attentato che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta irruppe nella vita di un paese intero, attraverso le televisioni e le radio, cominciò quel 23 maggio 1992 a riverberare i suoi effetti nello spazio e nel tempo, al punto che continuiamo a sentirne l’eco ancora oggi.
Per tornare a quei giorni e sondare l’effetto – molto più profondo e duraturo dell’eco qualsiasi bomba, che l’opera di Giovanni Falcone ebbe sul modo di intendere la lotta alla criminalità organizzata e a Cosa Nostra, il XXX Premio Borsellino ha invitato il 28 ottobre al teatro Circus di Pescara una testimone d’eccellenza di quei giorni per raccontare ai giovani studenti la figura di Falcone: Marcelle Padovani, la giornalista francese che fu fra le pochissime a conquistare la fiducia di Falcone, e lo fece al punto da diventare co-autrice, assieme al giudice, di un libro capitale, quel “Cose di cosa nostra” che aiutò almeno in parte a spezzare l’isolamento terribile nel quale versava Falcone a quei tempi.

Oggi Marcelle Padovani ci consegna un nuovo prezioso capitolo nella sua bibliografia, “Giovanni Falcone. Trent’anni dopo“, un libro che vuole fare il punto sull’acquisito, l’immutabile e il positivo” che la giustizia italiana ha saputo trarre dalla luminosa lezione di Falcone. Un libro che va oltre le facili celebrazioni e che ha il merito di fare «il punto sull’acquisito, l’immutabile, il positivo» della giustizia. Sempre in compagnia di Giovanni Falcone. Del suo ricordo, ma anche del suo esempio concreto, presente, vivissimo
Ma attenzione, non si creda che Padovani abbia inteso, con questo libro, ricamare un “santino”, intorno alla figura di Falcone.
Su questo, la giornalista è chiarissima: non è di eroi che abbiamo bisogno, quanto di esempi. E Falcone è stato esattamente questo, in fondo: un cittadino e un servitore dello stato con le sue passioni e le sue idiosincrasie, che ha saputo mettere il bene comune al di sopra di ogni considerazione o interesse personale. Farne un eroe equivarrebbe, ci ammonisce Padovani, a tirarlo fuori dal corso della storia di cui è stato partecipe e protagonista, in qualche modo. Rendere la sua vita un esempio, molto più laicamente, significa invece farsi carico di quell’esempio e portarlo, ciascuno come sa e come può, nella vita di tutti i giorni. E far sì che nelle crepe dell’autostrada, a Capaci, possano continuare a crescere l’erba e i fiori.

Giancarlo Siani, coraggio e legalità

Oggi, 37 anni fa, moriva Giancarlo Siani, giornalista napoletano ucciso dalla camorra.

Giancarlo aveva 26 anni, era un ragazzo come tanti, credeva nel suo lavoro e nell’importanza di raccontare i fatti così com’erano, a qualunque costo. Era un curioso, e la curiosità ti permette di conoscere, di sapere, di scegliere. Cercava di raccontare la verità, perché la verità ti permette di essere libero.

La sua storia nel tempo si è mescolata a tante altre, nel racconto di chi ha pagato con la vita la scelta di ribellarsi all’orrore della criminalità organizzata. La verità, però, è che la storia di Siani, come quella di Peppino Impastato, ci consegna una visione del mondo diversa, più intima, più “nostra”.

Nel suo cammino, purtroppo molto breve, Giancarlo aveva scelto di non fermarsi, di non mollare; tra mille difficoltà, mille ostacoli, spesso nella totale solitudine. Hanno dovuto ucciderlo per fermarlo. Ecco, quando penso a Giancarlo penso ai tanti ragazzi che attraverso il proprio coraggio offrono un’azione a contrasto di un sistema fatto di violenza e di sopraffazione, di menzogne e di ricatti.

“Un ragazzo del Sud”, come ce ne sono tanti, anche oggi, che non avrebbe mai mollato.  Da allora molti uomini coraggiosi ci hanno lasciato, molti sono ancora con noi, ed ognuno ci ha trasmesso insegnamenti importanti. Ma nel ricordare la figura di Giancarlo Siani, non posso fare a meno di pensare a quanto la lotta alla criminalità organizzata abbia bisogno di tutti noi, soprattutto di quei “ragazzi come tanti” che popolano le nostre città, e che spesso portano il peso del riscatto sociale e culturale del nostro Paese. Perciò, se vogliamo davvero camminare nell’esempio di ragazzi come Giancarlo e Peppino, dobbiamo promuovere ed accrescere la cultura della legalità, che non si estingua alla fine di un convegno o di una parata, ma che nasca e cresca nelle scuole.

Gli articoli di Giancarlo Siani sono il romanzo quotidiano di una umanità dolente, alla ricerca di uno spazio di sopravvivenza e speranza. Un pensionato che muore per strada perché travolto da una moto; un medico che viene aggredito e picchiato in corsia dal marito di una donna in cinta; un preside che chiude la scuola perché mancano le condizioni igieniche minime; un ladro che finge di fare un trasloco e chiede una mano ai carabinieri che lo hanno sorpreso sul fatto; gli operai di una fabbrica che scioperano contro la perdita del posto di lavoro; una madre disperata che chiede di incarcerare il figlio per sottrarlo al destino di tossicodipendente; un anziano solo che muore in casa senza che nessuno se ne accorga; una bambina di sei mesi che termina la sua esistenza per le percosse ricevute da genitori troppo impazienti; un marito geloso che spara al rivale focoso. Sono questi i protagonisti del racconto di Siani: ad ognuna di queste storie il giovane cronista dedica una precisa ricostruzione dei fatti, lascia che siano altri a commentare anche le vicende più sordide e si astiene da qualsiasi giudizio di tipo etico e moralistico, vuole che siano le storie a far parlare di sé. Lo fa con uno stile asciutto, senza enfasi fuori luogo.

Un tono minimalista che però esalta il valore di ogni parola, fa emergere il periodare ricco di particolari e denso di significato.

Mai un giudizio di troppo, mai una parola più del dovuto.

Giancarlo Siani mantiene questa cifra stilistica anche tutte le volte che affronta i grandi temi della società partenopea: il lavoro, con i numerosi resoconti delle lotte sindacali; la scuola, tra le attese degli studenti e le strutture fatiscenti loro dedicate; la droga, con il dramma della tossicodipendenza, documentato con costanza, fino all’ultimo articolo quello sui “muschilli”, mandati a vendere l’eroina da adulti troppo avidi.

 

Don Pino Puglisi, l’attualità del suo impegno 29 anni dopo

“Le porte delle Chiese siano chiuse ai mafiosi”

Comprendiamo che la Chiesa resta casa del perdono e dell’accoglienza, ma non possiamo non ricordare oggi Don Pino Puglisi senza quel monito gridato da Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993, quando si rivolse ai mafiosi ammonendoli sulla certa condanna divina.

Quel “convertitevi” detto da Papa Giovanni Paolo II ai mafiosi oggi resta attuale, dinanzi ad una mafia che come ha in questi giorni ha detto il Vescovo di Monreale, mons. Pennini, è tornata a frequentare le Chiese senza un vero pentimento, anzi. Lì nelle Chiese ai mafiosi viene facile incrociare i bisogni della gente per offrire aiuto…in cambio sempre di qualcosa, anche mettere in mano ad un giovane dosi da spacciare, o anche un’arma, perché la mafia sommersa e la mafia che non spara non è cosa che possa durare ancora a lungo. E’ vero che la Chiesa di oggi, e quella siciliana in particolare, è l’opposto di quella che era la Chiesa dei tempi di don Pino Puglisi, ma ci sono ancora sacerdoti che intendono il loro ministero così come piace ai mafiosi. Anzi sono sacerdoti che si sono ammodernati, che usano i social, dove distribuiscono le loro prediche spesso in senso diverso rispetto magari ai messaggi dell’antimafia sociale, che hanno da ridire sulle confische dei beni e anche sulle indagini giudiziarie. Sacerdoti che non usano il sorriso come faceva don Pino Puglisi, perché sanno bene che alla mafia i sorrisi non piacciono. In questa nostra Sicilia purtroppo resistono ancora oggi delle sacche dove non si combattono la cultura mafiosa e gli interessi corrotti, dove l’onesto si ritrova imbrigliato nelle maglie soffocanti della mafia. La mafia non si sconfiggerà fino a quando non si vincerà la battaglia nelle periferie delle grandi città o nelle periferie delle Regioni, è qui  che serve la voce forte della Chiesa, di quella chiesa che rifiuta u mafiosi alle processioni, della Chiesa che diffida da certe congregazioni o confraternite che le girano intorno, quella Chiesa che non fa passare i simulacri in processione sotto il balcone del boss del paese.

La sera del 15 settembre 1993, Don Pino compiva cinquantasei anni. Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, poco prima di essere ucciso con un colpo di pistola alla nuca mentre tornava a casa, sorrise al suo killer, dopo aver detto me l’aspettavo. A gennaio 1993 aveva inaugurato il centro “Padre Nostro”, diventato punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. Il sacerdote dava fastidio con il suo apostolato, l’azione contro i trafficanti di droga e le omelie di condanna a Cosa Nostra. Don Pino Puglisi era divenuto il volto del cambiamento all’interno della città di Palermo nel quartiere di Brancaccio uno dei quartieri più colpiti dalla povertà e dall’ignoranza. In seguito al suo assassinio, venne riconosciuto tutto il suo impegno messo per la comunità di Brancaccio e di Palermo, e Il 15 settembre 1999 l’allora arcivescovo del capoluogo siciliano, il cardinale Salvatore De Giorgi, aprì ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio. Il 23 Maggio del 2013 don Pino Puglisi venne proclamato beato. A 29 anni dal vile omicidio, la Palermo degli onesti ricorda il sacrificio di un uomo volenteroso che ha dedicato la sua vita ad insegnare e accogliere i ragazzi abbandonati culturalmente che divenivano facili prede delle cosche mafiose. Don Pino Puglisi conosceva bene i luoghi dove era cresciuto ed era consapevole dei problemi che affliggevano il suo quartiere, quello in cui egli predicava, e decise allora di rappresentare attraverso l’autorità della chiesa e dunque della religione, la bontà, l’autenticità e il cambiamento, per poter insegnare ai ragazzi abbandonati che si può sempre cambiare vita. Il suo primo insegnamento era proprio basato sulla concezione che esiste sempre una strada alternativa che consente una vita normale e serena, una alternativa prevalentemente sconosciuta dai ragazzi stessi. Nel 1991 durante una intervista di una emittente locale palermitana (Canale 46), don Pino Puglisi pronunciò parole di conforto e di speranza: “Ho visto bambini poveri, bambini lasciati così in mezzo a una strada dove diventano preda di persone senza scrupoli che poi li avviano alla violenza, alla devianza e quindi in quella zona così come in altre zone ci sono scippi, furti commessi da ragazzini magari che sono inconsapevoli di quello che fanno. Questi bambini avrebbero bisogno di un recupero etico, morale e cioè che riescano a capire quali sono i valori fondamentali della vita perché viviamo, perché siamo in questa società che cosa ci stiamo a fare…”

Don Pino ci ha indicato una via da seguire fatta di sorrisi, cultura della legalità, normalità e caparbietà, aspetti che fanno tanta paura a coloro che vorrebbero arricchirsi sulla pelle della gente normale, impoverendola sempre di più e quindi rendendola più corruttibile e controllabile. Padre Pino Puglisi è, non era, l’esempio di come la Chiesa, e non solo quella della sua Brancaccio, seguendo i propri principi, può essere attore principale nell’affermazione della giustizia sociale e di una cultura non a appannaggio di pochi. L’unico modo per ricordarlo è mettersi in moto, ognuno secondo le proprie possibilità, nel contrastare una mafia che cambia pelle e volti, ma resta una grave piaga che infetta il convivere civile e la giustizia, spingendo ancor di più ai margini coloro che un domani possano diventare manovalanza o comunque utili al suo scopo o cercando di emarginare chi opera ogni giorno nel combatterla. Il modo migliore per ricordare il suo sacrificio è agire, nel solco del suo modo di fare, un misto di gentilezza e decisione.