Cyberbullismo, se ne parla all’Istituto De Cecco di Pescara

Viviamo in un contesto sociale fortemente dipendente dalle tecnologie e dalla rete, e spesso ci troviamo di fronte a alcune difficoltà oggettive, una tra le tante: distinguere ciò che reale da ciò che è virtuale. E se è vero che ciò che avviene online non è reale è altrettanto vero che ciò che è virtuale influenza, rispecchia e condiziona fortemente la vita reale.

Se ne parlerà, con l’Avvocato penalista Antonio Maria La Scala, martedì 11 Maggio alle ore 11 all’IPSSEOA Filippo De Cecco di Pescara

Ci saranno i saluti istituzionali della Dirigente Scolastica Alessandra Di Pietro e l’intervento degli Studenti del Biennio.

Cyberbullismo, un Virtuale problema Reale

Viviamo in un contesto sociale fortemente dipendente dalle tecnologie e dalla rete, e spesso ci troviamo di fronte a alcune difficoltà oggettive, una tra le tante: distinguere ciò che reale da ciò che è virtuale. E se è vero che ciò che avviene online non è reale è altrettanto vero che ciò che è virtuale influenza, rispecchia e condiziona fortemente la vita reale.

Se ne parlerà, con l’Avvocato penalista Antonio Maria La Scala, martedì 11 Maggio alle ore 9 all’Istituto Vincenzo Moretti di Roseto degli Abruzzi.

Ci saranno i saluti istituzionali del Dirigente Scolastico Sabrina Del Gaone e l’intervento degli Studenti e dei Docenti

Presentazione del libro “Nulla è come appare” all’Istituto Moretti di Roseto degli Abruzzi

Delitti famosi narrati nel nuovo libro di Nicodemo Gentile

“Nulla è come appare”. Storie di delitti. Storie di accertamenti tecnici. Nel Libro scritto dall’avvocato Gentile, sono finiti quindi gli omicidi di Meredith Kercher, di Melania Rea, di Sarah Scazzi, di Teresa Costanza e Trifone Rangone, della contessa dell’Olgiata, di Roberta Ragusa, Guerrina Piscaglia di Sara Di Pierantonio, della prostituta vittima del sadico di Ugnano. Ma si parla anche di Gerardo Dottori e della storica pasticceria Sandri.

Nicodemo Gentile sarà ospite, in streaming, domani 03 Maggio all’Istituto Statale Superiore V. Moretti di Roseto degli Abruzzi.

Interverranno:
Sabrina Del Gaone – Dirigente Scolastico
Gli Studenti dell’I.I.S. V.Moretti

Speciale 1 Maggio, festa dei Lavoratori

In occasione della Festa dei lavoratori, celebrata il 1º maggio per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori, il Premio Nazionale Paolo Borsellino, attraverso Officina Legalità ha realizzato uno SPECIALE 1 Maggio, per riflettere insieme sulle opportunità che il nostro percorso di vita ci offre e sulle capacità, di ognuno noi, di migliorare noi stessi e il contesto in cui viviamo anche attraverso il nostro “lavoro”.

Gli interventi saranno disponibili a partire dal 30 Aprile sul portale http://www.officinalegalità.it

Tra le personalità intervistate:

Enzo Di Salvatore – Costituzionalista, Docente di Diritto costituzionale UniTe

Antonio Macera – Dirigente

✅ Clicca SUBITO su questo link per saperne di più: www.officinalegalita.it

L’impegno che mettiamo in quello che facciamo è un’opportunità rivolta a tutti coloro che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per creare quel cambiamento positivo verso una società migliore

Ricordare Pio La Torre e Rosario Di Salvo

La vera lotta alla mafia inizia con Pio La Torre che fu tra i primi a riflettere sull’importanza strategica del patrimonio per i mafiosi, avendo osservato in prima persona l’evoluzione della mafia.

Le posizioni via via ricoperte nel sindacato e nel mondo politico gli consentirono di vedere i Corleonesi conquistare Palermo, e gli fecero comprendere le dinamiche della trasformazione di una mafia non più ancorata ai vecchi meccanismi di accumulazione del capitale attraverso le rendite fondiarie, bensì proiettata in una dimensione transnazionale e globalizzata. Il sistema di potere stava evolvendo, dal latifondo delle origini all’edilizia urbana, grazie alle connivenze con la politica locale, fino all’imprenditoria legale e illegale con agganci nell’alta finanza internazionale. Il politico siciliano capì che per dare una svolta alla lotta contro le organizzazioni criminali si rendeva fondamentale colpirle nelle ricchezze e nei patrimoni accumulati, indebolirle diminuendo il loro prestigio e potere.

Grazie alle floride entrate garantite dai nuovi business, su tutti il traffico di droga, che le cosche rafforzavano la loro posizione all’interno della società siciliana, pronte ormai a sedersi al tavolo degli affari con rappresentanti della politica, dell’imprenditoria, delle stesse istituzioni. Per gli uomini dello stato impegnati nella lotta alla mafia, la situazione era drammatica, anche per gli insuccessi registrati in ambito giudiziario, con la raffica di assoluzioni per insufficienza di prove che, sul finire degli anni Sessanta, chiuse i processi alle cosche palermitane. La legge che prese il nome da lui costituì una “rivoluzione copernicana” per le sue ricadute operative immediate. La legge ha reso possibili indagini sul tenore di vita, sul patrimonio e sulle disponibilità finanziarie di tutte le persone indiziate di appartenere ad associazioni di tipo mafioso, ma anche nei confronti dei familiari e conviventi e di quelle persone fisiche o giuridiche, associazioni o enti, dei cui patrimoni costoro risultassero poter disporre. La confisca scatta quando il soggetto non riesce a dimostrare la legittima provenienza delle ricchezze sotto sequestro, e i beni confiscati finiscono nella disponibilità dello Stato.

Per questa proposta di legge, il 30 aprile 1982 Pio La Torre, che si trovava in macchina con il suo autista Rosario Di Salvo fu ucciso. Nonostante i tentativi di sviare le indagini, grazie alla collaborazione di Tommaso Buscetta il delitto La Torre venne universalmente riconosciuto come delitto di mafia anche in sede processuale, con l’ordinanza-sentenza del Maxiprocesso. Furono condannati all’ergastolo come mandanti Riina, Greco , Brusca e Provenzano. Quando al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa successivamente ucciso nella stessa sequenza di sangue cento giorni dopo l’assassinio del parlamentare comunista, fu chiesto perché avessero ucciso secondo lui La Torre, rispose con formidabile sintesi: “Per tutta la sua vita”.

La mafia aveva paura della sua forza morale e del suo pensiero. Gli strumenti più forti nella lotta alla criminalità organizzata ci vengono dal lavoro di La Torre perché, con la legge che porta il suo nome, si affermano due principi fondamentali: il riconoscimento del reato di associazione mafiosa e la strategia per la confisca dei beni alle mafie.

L’eredità di Pio La Torre è tutti i giorni al fianco della democrazia italiana nell’impegno per la legalità di tutti noi

Ancora oggi nell’Anniversario dell’assassinio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo il movimento palermitano per la Legalità guidato da Sergio Infuso e Cristina Deleo, in collaborazione con la famiglia Di Salvo, nel ricordare fa il punto sull’Eredità del loro impegno con alcuni ospiti, esponenti dei principali movimenti antimafia siciliani e nazionali. E’ particolarmente meritoria questa azione di memoria perchè Pio La Torre fu un dirigente politico moderno che intese tenere sempre insieme il mondo contadino e operaio con quello dei nuovi ceti emergenti e produttivi, giovani e associazionismo.

La Torre non si limitò alla denuncia ma pose particolare impegno nella azione di educazione alla Legalità. Gli ospiti della giornata del Ricordo organizzata a Palermo per 30 aprile 2021, a partire dal Sindaco Leoluca Orlando, metteranno in evidenza i frutti del sacrificio di La Torre, a cominciare dall’Educazione verso una nuova coscienza civile.

Officina Legalità entra nelle Scuole con la prima Assemblea d’Istituto

Il Progetto del Premio nazionale Paolo Borsellino “Officina Legalità”, Attraverso la partecipazione dei tanti Studenti che hanno scelto di esserci, il entra nelle scuole attraverso un nuovo Strumento.

E se è vero che siamo in un periodo complesso è altrettanto vero che ci sono dei giovani Studenti capaci di immaginare soluzioni alternative per continuare quel Processo di Educazione alla Legalità, sempre più articolato e consolidato in questi anni.

L’incontro voluto e creato dai ragazzi del Liceo C.D’Ascanio, per il giorno 30 Aprile, vede la partecipazione, in Streaming, dell’imprenditore Luigi Leonardi amico del Premio nazionale Paolo Borsellino e testimone diretto di ciò che significa compiere quotidianamente azioni a contrasto della criminalità.

All’incontro interverranno il Dirigente Scolastico Dott.ssa Danila De Angelis e il Professor Graziano Fabrizi, ideatore e portavoce del progetto Officina Legalità

Officina Legalità, Speciale 25 aprile

Anniversario della Liberazione d’Italia 2021

Vogliamo condividere, insieme a te, alcune Riflessioni sul significato del 25 Aprile e siamo felici di poterlo fare attraverso il nostro portale didattico www.officinalegalita.it

In occasione della ricorrenza dell’Anniversario della Liberazione d’Italia, il Premio nazionale Paolo Borsellino, attraverso Officina Legalità, ha realizzato uno SPECIALE 25 Aprile, per riflettere insieme sui valori fondamentali della “R-esistenza” di ieri e di oggi, con l’obiettivo dell’Educazione, verso i giovani studenti, all’uso della memoria, considerando la Memoria come elemento fondante del nostro Presente.

Primo appuntamento con

Nicola Palombaro – Presidente Anpi Pescara

✅ Clicca SUBITO su questo link per ascoltare l’intervista completa: https://www.officinalegalita.it/landing/#25aprile

OPPURE ACCEDI QUI https://www.officinalegalita.it/nicola-palombaro/


Secondo appuntamento con

Sabrina Evangelista – Presidente Anpi Montorio

Clicca SUBITO su questo link per ascoltare l’intervista completa: https://www.officinalegalita.it/landing/#25aprile

OPPURE ACCEDI QUI https://www.officinalegalita.it/sabrina-evangelista/


Terzo ed Ultimo appuntamento con

Carlo Ghezzi – Vice Presidente Nazionale Anpi

Clicca SUBITO su questo link per ascoltare l’intervista completa: https://www.officinalegalita.it/landing/#25aprile

OPPURE ACCEDI QUI https://www.officinalegalita.it/carlo-ghezzi/


Interviste a cura di Graziano Fabrizi

Direzione e coordinamento Gabriella Sperandio e Monica Mariano

L’impegno che mettiamo in quello che facciamo è un’opportunità rivolta a tutti coloro che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per creare quel cambiamento positivo verso una Società migliore.

Officina Legalità – Speciale 25 Aprile

In occasione della ricorrenza dell’Anniversario della Liberazione d’Italia, il Premio nazionale Paolo Borsellino, attraverso ⚙️Officina Legalità, ha realizzato uno SPECIALE 25 Aprile, per riflettere insieme sui principi fondamentali della “R-esistenza” di ieri ed di oggi.
🔍 Gli interventi saranno disponibili a partire dal 23 Aprile
Tra le personalità intervistate:
▶️ Sabrina Evangelista – Presidente Anpi Montorio
▶️ Carlo Ghezzi – Vice Presidente Nazionale Anpi
▶️ Nicola Palombaro – Presidente Anpi Pescara

✅ Clicca SUBITO su questo link per saperne di più: 🔗www.officinalegalita.it
L’impegno che mettiamo in quello che facciamo è un’opportunità rivolta a tutti coloro che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per creare quel cambiamento positivo verso una società migliore.

Interviste a cura di Graziano Fabrizi

40 Anni di guerra di mafia

Fonte La Repubblica di Roberto Leone

Quarant’anni fa, esattamente il 23 aprile 1981, veniva ucciso Stefano Bontade, il boss della mafia palermitana che più di ogni altro incarnava l’equilibrio tra crimine politica e affari. Per molti questa data ha segnato l’inizio della seconda guerra di mafia, dopo la prima che si era combattuta negli anni ‘60.
Lo scontro tra i clan dei Corleonesi e quelli palermitani, secondo le ricostruzioni sin qui fatte, era motivato dal desiderio di gestire in prima persona i proventi nel traffico di droga diventato, a metà degli anni ‘70, la principale attività criminale di Cosa nostra. Un tesoro che in quel momento, era nelle mani di Bontade, Inzerillo e Badalamenti, il vertice della cupola. Ma questa ricostruzione giornalistica basta a spiegare anche la catena impressionante di delitti politici che ha come obiettivo esponenti della magistratura, della politica e della società civile palermitana e siciliana?

Sono delitti che improvvisamente stravolgono la filosofia di cent’anni di mafia, e cioè la strategia di restare immersa nella società e di evitare uno scontro aperto con le istituzioni che dal canto loro avevano un atteggiamento che, banalmente, nell’opinione pubblica era sintetizzato con la frase “finché si ammazzano fra di loro….” a significare che non bisognava interessarsi delle vicende di quella che appariva un’organizzazione criminale e basta e non che avesse referenti politici ed economici tali da condizionare pesantemente la vita pubblica nell’isola e non solo. L’assenza apparente della mafia e la sua negazione da parte di una fetta importante di opinione pubblica e di partiti politici, sono state infatti, la maggior forza sulle quale ha potuto contare Cosa nostra. Se la mafia ha cambiato strategia in modo così netto e in antitesi con la sua storia, emergono ancor di più una serie di domande che ancor oggi sono rimaste senza risposta. Proviamo a riepilogarle.

1) Quarant’anni dopo quegli eventi, è possibile allargare il campo nella visione e non fermarsi com’è stato finora e considerare quella incredibile stagione di terrorismo non confinata nello spazio siciliano, ma inserita nella sequenza di avvenimenti che hanno segnato pesantemente la vita di tutt’Italia tra gli anni ‘70 e ‘80?

2) È possibile cercare di sciogliere il nodo principale della questione e cioè il mistero che rimane sui mandanti degli assassinii politici in Sicilia per i quali sono stati condannati soltanto i mafiosi, e cioè gli esecutori materiali?

3) Che cosa significa dire “non solo mafia” quando si parla degli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre ma anche nel generale Carlo Alberto dalla Chiesa per finire con i giudici Falcone e Borsellino?
Ecco quindi che in questa visione è indispensabile far entrare il contesto politico nazionale e internazionale che fa da scenario degli anni dal 1979 al 1992 in cui sono inserite le stragi, gli omicidi che non solo hanno insanguinato Palermo e la Sicilia ma che hanno indirizzato la vita pubblica politica, economica e sociale dell’intera Italia.
Tra le fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 la Sicilia vive uno dei periodi più drammatici e insanguinati della sua storia. Nel gennaio 1979 – se si esclude quello che in quel momento è il mistero De Mauro – viene ucciso per la prima volta a Palermo un giornalista, Mario Francese. Poi in sequenza, a luglio, un poliziotto, Boris Giuliano, e ancora, a settembre, un giudice appena tornato in magistratura dopo l’impegno politico: Cesare Terranova. Quindi il sei gennaio 1980 il presidente della Regione Piersanti Mattarella. L’anno dopo si scatena la lunga guerra di mafia che sarà una carneficina: migliaia di morti ammazzati in strada o scomparsi nel nulla con la lupara bianca, il suo culmine l’operazione Carlo Alberto e l’uccisione di Dalla Chiesa, il generale-prefetto il 3 settembre 1982.

Posto che la prima guerra di mafia aveva avuto il suo apice nel 1963 con la strage di Ciaculli (sette morti tra uomini in divisa per una Giulietta al tritolo destinata al clan La Barbera), prima di fissare l’inizio della seconda vanno fatte una premessa e una riflessione. Servono a rileggere oggi quel periodo con un’attenzione diversa che non è più quella della cronaca ma cerca di incastonare i fatti nel loro contesto storico.

Dieci anni fa, partendo dall’omicidio di Stefano Bontade, il 23 aprile 1981, (https://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/04/23/news/trent_anni_fa_l_inizio_della_guerra_di_mafia-15291981/) possibile data che fissa l’inizio di questo conflitto, sulle pagine di Repubblica abbiamo fatto un’analisi e una ricostruzione di quel periodo in cui lo scontro tra i Corleonesi che vanno all’assalto dei clan  palermitani ha una sequenza ed un esito scontato. La cronaca di una stagione drammatica in cui Riina e Provenzano riescono nello sterminio, uccidendo prima proprio Bontade, il Principe di Villagrazia, meno di un mese dopo il suo più fido alleato Totuccio Inzerillo e poi fanno strage di tutte le famiglie a loro più vicine compresa quella di Tommaso Buscetta che tre anni dopo con la sua storica cantata, portò al maxi processo a Cosa Nostra.

Sarà la prima vera sconfitta di Cosa nostra e forse l’inizio del suo declino ma questo avverrà solo dopo il 1992 quando quella sentenza diventa definitiva.
La sequenza degli omicidi più che quella di una guerra, è una caccia all’uomo che non lascia scampo agli avversari di Riina e Provenzano: possiamo farla iniziare con l’assassino in canonica di fra Giacinto Castronovo nell’agosto 1980 a Santa Maria di Gesù, oppure con la sparizione del boss Piddu Panno storico alleato di Inzerillo e Bontade nel marzo 1981. È dunque chiaro che tra la fine del 1979 e l’inizio del 1980 qualcosa nella mafia sta succedendo. I cronisti scrivono che le cosche si dividono tra vincenti e perdenti: ma cosa facciano le due parti, nessuno lo sa con precisione. Si fanno ipotesi, si ha qualche difficoltà a classificare le vittime di uno schieramento oppure si pensa a tradimenti o “tragediamenti” come si dice nel gergo mafioso.
Organizzazione militare, potenza di fuoco con la comparsa del Kalashnikov, capacità di ribaltare le alleanze sono tutti elementi che non bastano a giustificare un esito così sbilanciato. Dopo ogni delitto ci chiedevamo: quando arriva la risposta? E invece continuavano a cadere solo da una parte, senza scampo, come Totuccio Inzerillo che dopo l’agguato a Bontade s’era comprato un’auto blindata ma venne lo stesso ucciso prima di salirci a bordo: un delitto compiuto, l’11 maggio 1981, due giorni prima dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. In quell’Italia di morti ammazzati tra criminalità organizzata e terrorismo, le date molto vicine segnate in rosso sul calendario sono tante. A mettere insieme tutte queste coincidenze, c’è da pensare che il filo della storia potrebbe essere guidato da qualcuno che ha una visione complessiva di quello che, non solo accade, ma che “deve” accadere. Oggi che sono trascorsi ormai quattro decenni, resta il mistero sui mandanti degli omicidi politici in Sicilia, per i quali sono stati condannati i boss della cupola.
E vale la pena notare che stessa sorte è avvenuta per quasi tutti i processi che riguardano le stragi del terrorismo nero in Italia. Ma forse questo può essere il metodo nuovo a cui affidarci: non più solo la ricostruzione cronachistica di agguati e omicidi avvenuti a Palermo, ma inserirli nel contesto più vasto dell’Europa, facendoci guidare dalle date che nella visione storica del periodo, consentono di avvicinare nel tempo fatti che invece sono accaduti in luoghi lontani fisicamente ma che fanno parte dello stesso contesto. Forse ora, quaranta anni dopo, è venuto il momento per cercare di capire qualcosa di più. Allargare la visione è, dunque, fondamentale per vedere questo scontro tra clan inserito nel grande palcoscenico della storia non solo italiana ma mondiale.

Nel 1980 però il nostro scenario era Palermo, tutt’al più la Sicilia. Pochi anni prima, a metà degli anni Settanta, era avvenuto nel silenzio quasi totale uno degli eventi che hanno inciso profondamente sull’economia e sullo sviluppo sociale del mondo occidentale: la produzione dell’eroina assume una dimensione industriale con il trasferimento delle raffinerie dal sud della
Francia (Marsiglia) alla Sicilia occidentale. Come e perché sia avvenuto un evento che ha portato Cosa nostra a diventare l’organizzazione criminale più ricca del mondo, non si sa con certezza. Quello che, invece, si sa è l’interesse dei servizi segreti americani nel controllare e indirizzare il flusso della droga, dell’eroina in particolare, che avrebbe segnato la vita di alcune generazioni, spegnendo in pratica il post Sessantotto e facendo scomparire milioni di ragazzi con la tragedia delle overdosi. Proprio in quegli stessi anni va in scena la parabola di Michele Sindona, il crack delle sue banche dà la certezza che il riciclaggio del denaro è la pista che si deve seguire per capire le nuove dinamiche criminali.
L’omicidio di Umberto Ambrosoli, il liquidatore dellaVBanca di Sindona avviene l’11 luglio 1979, a Milano, otto giorni prima dell’uccisione di Boris Giuliano a Palermo: al Nord agisce un killer legato al clan di Tano Badalamenti ed arrivato dagli Stati Uniti. Al cinema Lux, il 19 luglio, sono i corleonesi che si affacciano sulla scena palermitana poche settimane dopo il primo sequestro di mezzo milione di dollari frutto del narcotraffico effettuato proprio grazie alle indagini di Boris Giuliano. Un passo indietro di poco più di un anno per ricordare che a Cinisi nel regno di Tano Badalamenti, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 viene sequestrato e ucciso Peppino Impastato, attivista di Democrazia proletaria e giornalista impegnato a denunciare la mafia e i suoi affari. Quello stesso 9 maggio a Roma viene scoperto il cadavere di Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana sequestrato il 16 marzo in via Fani con un’azione di terrorismo-militare in cui vengono massacrati i cinque uomini della sua scorta. E Peppino Impastato sulle prime viene etichettato come un terrorista che stava mettendo una bomba sulla linea ferrata Palermo-Trapani: depistaggi evidenti da parte dei carabinieri saranno svelati nelle indagini che porteranno Giovanni Falcone sulla strada giusta, quella di Tano Badalamenti, il Tano seduto bersagliato da Impastato.

Per Ambrosoli, invece, era arrivato l’epitaffio di Giulio Andreotti che, a chi gli chiedeva dell’uccisione dell’eroe borghese, rispondeva che forse, “se l’era andata a cercare”. Per il Divo era ancora lontana l’accusa che lo porterà prima sul banco degli imputati e poi alla prescrizione per i contatti con esponenti di Cosa nostra e in primo luogo con i cugini Salvo per decenni padroni delle Esattorie in Sicilia. In questo clima politico e sociale tra la Sicilia, la mafia, il terrorismo, le banche piene di soldi sporchi si sviluppa un circuito perverso e sanguinoso, sia tra i clan che di attacco allo Stato o almeno contro quella parte che ha iniziato a combattere, forse per la prima volta, le cosche.
Torniamo dunque al diluvio di denaro piovuto su Cosa nostra con il passaggio delle raffinerie di eroina in Sicilia. Qualcuno pensa che questa sia stata la ragione dello scontro tra palermitani e corleonesi: la divisione dei proventi della droga, il tesoro di alcune famiglie, come quella di Bontade che hanno accumulato troppo. Ma questo movente che può giustificare la guerra interna,
può spiegare anche la strategia del terrore che investe in una escalation mai vista in altre parti del mondo occidentale, i rappresentati dello stato e della politica (Mattarella, La Torre) delle istituzioni da Dalla Chiesa a Rocco Chinnici da Cassarà sino all’omicidio Lima e alle stragi Falcone e Borsellino?

Ecco la necessità di allargare lo sguardo per cercare di capire cosa vuol dire che nei delitti di quel lungo periodo di terrore c’è qualcosa oltre la mafia. Il trasferimento delle raffinerie e dell’Eldorado che diventa la Sicilia occidentale, dove il flusso di droga verso gli Stati Uniti, come è stato provato da tante inchieste a partire dalla Pizza connection, porta migliaia di miliardi di lire che devono essere investiti nella economia legale e possono influire e non poco anche sulla vita politica e sociale del nostro paese. Cosa ha fatto la mafia dopo l’esposizione mediatica dovuta dal delitto Notarbartolo alla fine dell’800? È praticamente scomparsa, si è inabissata nella società, non fa politica in prima persona ma utilizza i politici, li condiziona per trarne vantaggio con le proprie attività: soprattutto nelle campagne, nel controllo dei poderi e poi con l’urbanizzazione e quindi nell’edilizia, nella costruzione delle città che si stanno sviluppando con l’arrivo di migliaia di contadini che diventano cittadini. In una parola con la speculazione edilizia: il cemento diventa la
nuova frontiera come dimostrano gli anni del sacco di Palermo e poi gli enormi interessi nel settore del movimento terra e delle grandi opere.

La valanga di denaro della droga cambia questi scenari e anche il tenore di vita di molti palermitani che accettano la strage di innocenti dell’eroina in cambia di un flusso incontrollato di ricchezza (come racconta Piero Melati nella Notte della civetta). Ma soprattutto in quegli stessi anni sta cambiando il panorama politico: in Italia si sta marciando verso un’intesa tra due forze che

sino ad ora sono state molto lontane la Dc di Moro e il PCI di Berlinguer. In Sicilia è Piersanti Mattarella che vede nella strategia del suo riferimento nazionale, la possibilità di sperimentare a Palazzo dei Normanni questo tipo di apertura. Ma proprio Mattarella è una delle prime vittime di quella lunga serie di omicidi politico-mafiosi, il sei gennaio del 1980.

Ma cosa accade dentro Cosa nostra in quegli stessi anni? Buscetta che ha svelato l’esistenza della Cupola, racconta anche che a un certo punto sembra che ci fossero due anime. Il boss dei due mondi non dà interpretazioni politiche, quindi possiamo solo fare supposizioni. In questo scenario
possiamo ipotizzare che una fosse per la prosecuzione del tradizionale rapporto contiguo alla politica (Bontade, il cui padre resta famoso per aver preso a schiaffi un deputato dell’Ars) e un’altra invece favorevole all’intervento diretto per condizionare anche drammaticamente le scelte ed opporsi persino fisicamente all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni (Riina e Provenzano) ma che forse scelta più che interna al clan fosse condizionata da interventi di intelligence con operazioni di infiltrazione o di “allevamento” nei servizi

È possibile ipotizzare che questo rapporto sia nato e che si sia poi consolidato nell’operazione di trasferimento delle raffinerie di droga nelle mani di Cosa nostra: il denaro della droga in cambio di interventi mirati sullo scenario politico che se al nord è condizionato dal terrorismo politico, al Sud potrebbe esserlo da quello mafioso. In pratica l’altra faccia della strategia della tensione. Postilla: certezza di immunità (impunità) giudiziaria che di fatto è stata garantita sempre alle cosche uscite quasi indenni dai processi (Catanzaro, Bari) mentre lo stesso è avvenuto in gran parte anche per i terroristi neofascisti tra latitanze, assoluzioni o inchieste infinite (piazza Fontana). Questo, dunque, potrebbe essere il nuovo scenario quando si parla di non solo mafia nella serie di delitti e stragi che arrivano sino a Capaci e via D’Amelio? Cosa c’è che fa da supporto, che può sostenere in modo concreto questa ricostruzione? Domande a cui è difficile dare risposte precise o quantomeno derivanti da sentenze, da verità giudiziarie acquisite. Se partiamo dalla fine, cioè dalla strage Borsellino le presenze di uomini dei servizi segreti sono documentali.
Se partiamo dall’inizio, la ricostruzione di alcuni delitti, in particolare Mattarella e La Torre contengono elementi che portano al terrorismo politico e alla possibile partecipazione di soggetti estranei alla mafia e anche stranieri.

In conclusione la mafia (Cosa nostra) ha avuto per anni un potere rilevante nelle vita politica cercando di condizionare le scelte ma senza andare ad uno scontro diretto con le istituzioni (due eccezioni in quasi 100 anni l’uccisione del poliziotto Usa Joe Petrosino e del procuratore di Palermo Pietro Scaglione). Poi qualcosa è cambiato con la guerra fredda, con il pericolo dell’URSS che produce una forte strategia anticomunista al cuiu centro sta la difesa a tutti costi dell’Italia nel recinto atlantico, vedi Gladio e con la risposta Usa che ha visto nella installazione dei missili Cruise a Comiso come un passaggio fondamentale per ribadire la sua influenza sull’Italia.
In questa situazione internazionale mentre il quadro politico nazionale va verso l’evoluzione del centro sinistra con l’avvicinamento al PCI di Berlinguer da parte di Moro, si scatenano il terrorismo politico al nord e quello mafioso al Sud. Al nord i pericoli sono la gestione del post Sessantotto e la deriva proletaria nelle grandi città operaie, al Sud i cattolici sociali che con Mattarella sono pronti alla nuova alleanza e i comunisti come Pio La Torre che, alla tradizione della lotta alla mafia, adesso si oppongono anche ai missili Usa a Comiso. Nella società civile, infatti, si affievolisce la capacità di condizionare l’opinione pubblica in chiave anticomunista: una prova sono le decine di pubblicazioni (settimanali, mensili, quotidiani), la maggior parte di destra che fanno di Palermo una delle città più vivaci da questo punto di vista sino all’inizio degli anni Settanta. Poi quando l’evoluzione della politica nazionale ha imboccato una strada che la diga di carta non può più contenere, quasi tutti questi giornali chiudono a cavallo degli anni ‘70 e ‘80.

La resistenza al cambiamento da intellettuale e ideologico si trasforma in pratica del terrore? Non è un passaggio semplice da spiegare e soprattutto da provare. La strategia è governata da quei servizi segreti che cercando di condizionare la vita politica di alcuni stati (dal Cile alla Colombia, per non parlare del Medio Oriente) strumentalizzano gruppi politici o si accordano con quelli criminali per attuare le loro dinamiche e raggiungere i loro obiettivi anche attraverso omicidi eccellenti o clamorose stragi? Impossibile rispondere con certezza. Ma sarebbe la spiegazione del perché la stagione del piombo politico e mafioso resta avvolta, in parte o in toto, nel mistero, lasciando senza verità alcune delle pagine più oscure del nostro dopoguerra.

Se il segreto di Stato continua a coprire la verità su molti di quegli avvenimenti che hanno indirizzato la storia del nostro Paese e della Sicilia, a cominciare dalla strage di Portella della Ginestra, è dunque possibile credere che si tratta di responsabilità inserite in uno scenario che non è compreso tra Ciaculli e Corleone o tra Santa Maria di Gesù e Cinisi ma che coinvolge da Roma a Washington, passando da Mosca, scelte politiche e interessi economici mondiali.

La Fiction in Televisione nel Premio nazionale Paolo Borsellino

C’è l’eterna lotta tra Polizia e Camorra al centro della versione ridotta di Sotto copertura, la cattura di Iovine, la mini serie che Rai 1 ha messo in onda sabato in prima serata.

Concentrata in un’unica puntata, la prima stagione della fiction racconta della cattura di Antonio Iovine, detto “o’ninno“, boss del clan di camorristi di Casal di Principe, il camorrista più ricercato d’Italia, killer feroce prima, spietato uomo d’affari dopo, che continua a gestire loschi traffici dal suo inaccessibile bunker, protetto da una rete di fedelissimi.

Tensione e colpi di scena rendono avvincente il racconto che, basandosi su fatti romanzati, porta in scena l’impegno e le difficoltà superate dalle forze dell’ordine per mettere a segno l’arresto del boss super-latitante Antonio Iovine, che nel 2010 fu un bel colpo assestato alla malavita campana. Una storia di cronaca vera raccontata a beneficio della speranza di giustizia e in onore dei reali artefici di quella cattura che permise di togliere dalla circolazione un dei principali artefici del malaffare locale. Iovine, insieme a Michele Zagaria e Francesco Schiavone, era il principale boss dei camorristi del clan dei Casalesi. E ora è un collaboratore di giustizia.

Il commissario della Fiction Rai Michele Romano è ispirato al commissario Vittorio Pisani. L’operazione fu condotta dal Procuratore della DDA di Napoli Antonello Ardituro. Il processo “Spartacus” dove i casalesi vennero condannati all’ergastolo fu condotto dal Procuratore Roberto Cantone.

Iovine si pentì davanti al Procuratore Federico Cafiero De Raho che lo inchiodò all’ergastolo. Il politico minacciato di morte è Lorenzo Diana. I giornalisti da uccidere Roberto Saviano e Rosaria Capacchione.
Tutti questi poliziotti, magistrati e giornalisti sono stati ospiti e premiati del Premio nazionale Paolo Borsellino nel 2011 e 2012 raccontando la verità su quegli episodi.