Giornata Internazionale della Donna: 8 marzo Scuola

Siamo contenti di condividere con te alcune riflessioni sulla Giornata Internazionale della Donna, con un Obiettivo importante: ricordare a noi stessi e a tutti i Giovani studenti che non possiamo migliorare il nostro contesto con le battaglie “contro” ma, solo con delle azioni concrete “a favore”, a favore di quello che desideriamo, nel rispetto delle nostre e delle altrui sensibilità.
Insomma, finché vivremo lottando “contro” e non muovendoci “verso”, sarà difficile vivere nel rispetto dell’Individualità.
Per questa ragione, attraverso Officina Legalità abbiamo voluto dedicare tre preziose testimonianze, da parte di tre personalità, per onorare l’8 Marzo.
Tra le personalità che abbiamo intervistato:
Andrea Catizone – Avvocato
Tania Bonnici Castelli – Presidente Pari Opportunità di Teramo
Anna Di Paolantonio – Ideatrice dello spettacolo di teatro civile “Amori Amari”
Gli interventi saranno disponibili dal 02 marzo
Vogliamo dedicare il nostro impegno a tutte quelle persone, uomini e donne, che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti Civili, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per vincere soprattutto nell’Educazione dei giovani e lasciarci migliori di come ci siamo incontrati. Per noi, è importante muoverci verso questa direzione e siamo felici di portarti con noi🖖
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Il Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini

La famiglia del Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini, dal 2000 al 2012 grande protagonista delle nostre iniziative. Se ne va con lui un pezzo, ancorché significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese.

Franco-MariniUn filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro Paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute e affrontate con la schiena dritta, da abruzzese, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili a una chiusura pregiudiziale. Era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco-MariniFranco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico e istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale e istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del cattolicesimo democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole.

Franco-MariniUn uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita. Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate al cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale. Addio Franco, ci mancherai.

Onorare la Giornata della Memoria, appuntamenti per parlarne in classe

Vogliamo rendere migliore questa giornata perché è importante ricordare, quindi continuiamo con il nostro impegno con le attività del Premio nazionale Paolo Borsellino “tutto l’anno”, attraverso la collaborazione dell’I.I.S. V. Moretti di Roseto degli Abruzzi e l’IPSSEOA F. De Cecco di Pescara e attraverso il portale didattico Officina Legalità.

Tutti gli appuntamenti saranno in Streaming presso gli istituti indicati e vedono la partecipazione diretta di:
Andrea Sangiovanni – Docente di storia contemporanea UniTe
Luigi Guerrieri – Avvocato, Avvocato, studioso di storia contemporanea
Massimo Balloni – Docente di Religione Cattolica

Gli interventi di
Lia Tagliacozzo – Autrice del libro “La generazione del deserto”
Massimiliano Smeriglio – Europarlamentare, esperto dei Diritti Umani

Sono disponibili per tutti gli Istituti Scolastici sul portale didattico accedendo a
🔗 www.officinalegalita.it

Giornata della Memoria: Lia Tagliacozzo ospite di “Officina Legalità” nell’ambito del Premio Borsellino tutto l’anno

La scrittrice, Lia Tagliacozzo  sarà Online il 27 gennaio per le iniziative della nostra “Officina Legalità” per onorare il valore della Giorno della Memoria.

L’intervento sarà disponibile, per tutti gli studenti, accedendo al portale didattico www.officinalegalita.it

Era ill 10 gennaio, durante una presentazione ONLINE del libro “La generazione del deserto”  nel quale Lia Tagliacozzo ricostruisce le vicenda della sua famiglia di ebrei romani durante la Shoah, un gruppo di disturbatori è riuscito a intromettersi con insulti, slogan nazisti e immagini di croci uncinate.

Se ne è parlato molto, anche se, commenta l’autrice, “è uno stupore che un po’ mi stupisce”. A vent’anni esatti dalla prima celebrazione del Giorno della Memoria, i segnali di antisemitismo e, più in generale, di intolleranza tornano a manifestarsi con frequenza inquietante.

Purtroppo le celebrazioni del Giorno della Memoria sono state funestate da atti di vandalismo, intimidazioni, oltraggi. Qualcuno ha addirittura preteso che esistesse un rapporto di causa-effetto, come se l’intolleranza fosse l’esito di un eccesso di memoria. Non è affatto così e non solo perché l’antisemitismo è sempre esistito, appunto, ma anche perché è mutato e continua a mutare nel tempo, sollecitato da fattori diversi, di natura politica e sociale. Proprio per questo occorre soffermarsi ancora ad ascoltare la voce dei testimoni, i cui racconti costituiscono una risorsa irrinunciabile per la ricerca storiografica. La persecuzioni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale è molto studiata, è vero, ma a un certo punto mi sono resto conto che i momenti cruciali dell’arresto, del viaggio nei treni blindati e dell’arrivo nei lager non erano ancora stati approfonditi. E per capire che cosa accadesse in quelle giornate terribili non si può fare altro che affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti.

Paolo Borsellino, simbolo della lotta alla mafia grazie al suo impegno al fianco di Giovanni Falcone.

Il 19 gennaio 1940 nasceva a Palermo Paolo Borsellino.

simbolo della lotta alla mafia grazie al suo impegno al fianco di Giovanni Falcone.

I due magistrati, tragicamente eliminati dalla criminalità organizzata, sono diventati martiri della giustizia, bandiera della resistenza alla mala vita. Nato a Palermo, Borsellino diventa magistrato a soli 23 anni stabilendo un particolare record nel mondo della magistratura italiana.

“La mafia ha perso. Ha vinto lo Stato. E i giudici, e le forze dell’ordine e gli uomini della scorta e tutti quelli che hanno creduto in loro, e infine chi non ha taciuto“. Avrebbe voluto sicuramente festeggiarli così i suoi 81 anni Paolo Borsellino, con un biglietto d’auguri in una mano, l’immancabile sigaretta nell’altra e il sorriso stampato sul volto. Ma così non sarà, lo sanno tutti.

Lo sanno dal 19 luglio 1992, la vita di Paolo Borsellino terminò, dunque, a 52 anni, lì dove tutto era cominciato, a Palermo. Una città che è stata il suo ombelico del mondo e il suo cordone ombelicale, padre ostile e madre premurosa: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare“.

Di certo non se n’è andato senza averci provato davvero, altrimenti un biglietto d’auguri tra le mani lo starebbe girando e rigirando di sicuro, natura permettendo. E questo Borsellino lo sapeva meglio di chiunque altro, dato che dopo aver portato in spalla la bara del suo fedele amico e collega Falcone, un giorno disse alla moglie:

“Quando mi ammazzeranno, sarà stata la mafia ad uccidermi. Ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte“.

Chiaro riferimento alla politica, allo Stato che lui aveva cominciato a servire all’età di 23 anni. Figlio di farmacista era arrivato ad essere Borsellino dopo una esaltante scalata ai vertici della magistratura: da uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna al pool antimafia diretto da Rocco Chinnici e di cui facevano parte anche Falcone e Barrile.

Il 4 agosto 1983, però, il giudice Rocco Chinnici fu ucciso con un’autobomba. Il pool, tuttavia, sotto la nuova direzione di Caponnetto continuò nell’incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 l’arresto Vito Ciancimino e il pentimento di Tommaso Buscetta. In un clima di sangue e terrore (viene ucciso anche il commissario Beppe Montana) cominciò la preparazione del Maxiprocesso: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.

Dopo il grande successo, Falcone e Borsellino – preoccupati che dopo l’arresto di numerosi mafiosi, l’attenzione su Cosa Nostra potesse scemare, si batterono per la formazione di una Superprocura. Sembra Falcone quello destinato dirigerla, ma il 23 maggio 1992 sarà ucciso insieme alla moglie nella, tristemente nota, “strage di Capaci“. Paolo Borsellino rifiuterà di prendere il suo posto, preferendo continuare la lotta alla mafia e le indagini sugli esecutori dell’attentato dalla Procura di Palermo. Proprio qui, il 19 luglio dello stesso anno sarà lui stesso vittima dell’altrettanto famigerata “strage di via D’Amelio”.

Libero Grassi, trent’anni fa la lettera “caro estortore…”

“C’è il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale, ma c’è un primato superiore: quello della qualità del consenso. La formazione del consenso, che poi è l’arma della mafia. E la prima cosa che controlla la mafia è il voto. A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. I valori morali sono transeunti, sono contemporanei. Non c’è un valore morale, non c’è una legge valida per sempre, la legge la fanno i politici, la fanno buona, la fanno cattiva, è relativa al consenso. Sempre. Se i politici hanno un cattivo consenso faranno una cattiva legge. E allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso.
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al Geometra Anzalone e diremo no a tutti quelli come lui”.
Era il 10 gennaio 1991: esattamente 30 anni fa il Giornale di Sicilia – che oggi vi dedica la ‘prima’ e due ricche pagine interne, pubblicava la lettera, denuncia di Libero Grassi al ‘caro estortore’, con cui l’imprenditore tessile diceva no al racket e agli emissari della mafia. Un atto di ‘naturale ribellione’ per un uomo e un imprenditore onesto che, però, gli costò la vita: fu ucciso il 29 agosto del 1991, in un contesto di silenzi, solitudine e sottovalutazione.
 
“Oggi per fortuna non è più così. Mio padre dovette scegliere di mettere in campo un’azione così plateale, dice Alice Grassi al Giornale di Sicilia, nel tentativo di scuotere le coscienze. Di questi tempi chi voglia denunciare il pizzo lo può fare in sicurezza, senza rischiare, assistito dalle associazioni. Se questo è accaduto è anche merito suo”.
Resta fermo, denuncia, il progetto di un parco intitolato a Libero che ridarebbe vita e bellezza alla costa sud di Palermo: “Siamo fermi ancora alla faccenda della bonifica. In questa fase tutto è in mano alla Regione. Il fatto è che non si può perdere una tale quantità di tempo per fare le cose. Ogni 29 agosto a parole ci sono molte promesse e tanta buona volontà. Ma appena passa quella data non se ne parla più…”.

Un piano nazionale contro le mafie

A vent’anni dalla Convenzione di Palermo, “stroncare sul nascere il ritorno di un protagonismo delle organizzazioni criminali”. Non solo azione penale, anche tecnologie e innovazione nel nostro “armamentario antimafia unico al mondo”.

Il 15 dicembre di vent’anni fa, a Palermo, si firmava la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale.

A ispirarne i lavori, furono le straordinarie intuizioni giuridiche, investigative e di cooperazione internazionale di Giovanni Falcone.
Il ricordo, dunque, non può ridursi una mera celebrazione, deve provare a essere all’altezza del tempo grave che stiamo vivendo, interrogarci sull’attualità di quel percorso, portarci ad affrontare le sfide del presente.  Nelle crisi, anche in questa così profonda, le aree grigie di illegalità possono trovare opportunità di espansione e investimento. Le mafie provano a occupare spazi lasciati vuoti, rispondendo a bisogni di liquidità immediata dei cittadini e delle imprese, approfittando dei fallimenti per comprare al ribasso e ricattare. Le misure anticrisi di questi mesi hanno fatto da argine,
segno di uno Stato non disposto a lasciare spazi alle mafie.

Ma non basterà, come non basta l’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine, che in questi mesi di pandemia non si è arrestata. La sfida, una sfida rivolta anche alle organizzazioni criminali, è ora uscire dalla crisi con uno sviluppo e un’innovazione che si
coniughino con i diritti, con la giustizia sociale e, dunque, con la legalità costituzionale. La nuova stagione di investimenti per la ripresa e la resilienza dell’Italia, tra le molte missioni che si pone, dovrebbe assumere questo obiettivo chiaro, e dichiararlo: stroncare
sul nascere il ritorno di un protagonismo delle organizzazioni criminali.

La precondizione per combattere le mafie è saperle riconoscere, essere in grado di comprenderne le tracce. Quando Giovanni Falcone avviò la collaborazione con Buscetta disse di aver trovato la stele di Rosetta delle mafie, di aver incontrato “un professore di lingue che ti insegna ad andar a parlare coi turchi senza parlare coi gesti”. Il riconoscimento delle mafie è un percorso non solo giuridico. Ha una forte dimensione sociale, di consapevolezza e di lotta. La stessa Convenzione di Palermo si inserisce in questo cammino di riconoscimento e di lotta.

Dopo le stragi, abbiamo scoperto un’Italia diversa, che ha saputo reagire, sia con le sue istituzioni che con una società civile organizzata. L’Italia, a partire dai passaggi drammatici e dal sacrificio degli uomini delle istituzioni, ha fabbricato un armamentario antimafia unico al mondo, e per questo da mettere al servizio del mondo. Il maggior successo della Convenzione di Palermo è stato quello di dotare tutte le nazioni di un lessico di riconoscimento comune, per contrastare mafie che non si sono mai fermate ai confini, che hanno anticipato la globalizzazione con traffici illeciti e riciclaggio su scala
globale. Le mafie operano nel ventre molle delle nostre economie globalizzate e proliferano nei territori subordinando al profitto ogni valore di legalità. La Convenzione ha gettato le basi per il contrasto transnazionale al riciclaggio, permettendo da lì a poco di applicare gli stessi strumenti anche contro fenomeni come il terrorismo internazionale. “Follow the money” è l’intuizione di Falcone sempre più attuale. Aver identificato la mafia solo col sottosviluppo, economico e culturale, è stato un grave errore di riconoscimento.

Mentre le politiche pubbliche ancora oggi stentano a unire il Paese, lo dico alla luce degli sforzi compiuti in questi mesi, forse senza precedenti, per superare vecchi e nuovi divari territoriali, le mafie hanno realizzato da tempo una coesione territoriale perversa, proliferando con connessioni profonde dal Sud al Centro al Nord del Paese.

Facendo leva su questa consapevolezza, oggi abbiamo il compito di rilanciare la nostra strategia di prevenzione alle mafie. Di passare dalla logica della reazione alla capacità di anticipare le mosse della criminalità organizzata, per prosciugare le paludi dell’illegalità da cui si alimenta.

Abbiamo cercato di operare con questa logica nei primi mesi della
pandemia, per esempio con misure di sostegno ai cittadini e alle
imprese nei contesti più fragili, negli spazi economici e sociali in cui
le mafie cercano di guadagnare consenso e potere. Abbiamo
cercato di far emergere gli invisibili, coloro che subiscono lo
sfruttamento e la schiavitù, e del resto la Convenzione di Palermo
resta un pilastro alla lotta dei fenomeni di tratta internazionale. C’è
ancora molto da fare, a livello nazionale ed europeo, sul fronte della
piena integrazione e di una gestione dei flussi migratori all’insegna
del diritto, della ragione e dell’umanità.

Ma l’inversione di tendenza è chiara rispetto al recente passato del nostro Paese, con l’archiviazione della pagina nera dei “decreti Salvini”. Siamo al lavoro, con la Ministra Lamorgese, per affiancare gli interventi per la valorizzazione dei beni confiscati con il rafforzamento delle misure antiracket e antiusura, per trasformare la crisi in una stagione di riscatto da attività parassitarie e che negano la libertà di impresa.
Ma ora serve un salto di qualità generale. Insieme al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è urgente un piano nazionale contro le mafie, che definisca obiettivi condivisi per tutte le amministrazioni dello Stato, con un programma chiaro che identifichi le priorità e i risultati.

A istituzioni permeabili bisogna opporre istituzioni trasparenti, forti perché veloci nel rispondere ai bisogni dei cittadini, perché capaci di aprirsi alla partecipazione e al
controllo democratico. Per realizzare tutti gli investimenti pubblici che potremmo attivare nei prossimi anni abbiamo bisogno di “rigenerare” la pubblica amministrazione. Si è sempre parlato di un trade-off tra controllo di legalità e semplificazione.

È inevitabilmente così?

Io credo di no, e un contributo può venire dalle nuove tecnologie, dall’innovazione nella macchina pubblica. Un percorso di semplificazione fondato su centrali di committenza unificate, standardizzazione e digitalizzazione delle procedure e dei bandi può metterci al riparo dalle infiltrazioni mafiose e al tempo stesso accelerare gli investimenti.

La strada di commissariamenti generalizzati non è percorribile, dobbiamo coniugare
semplificazione e legalità, con una straordinaria opera di rinnovamento delle amministrazioni, e ho proposto una norma in legge di bilancio, per il reclutamento di alte competenze tra le nuove generazioni, quasi tremila per la gestione e la realizzazione
degli interventi della politica di coesione nei contesti territoriali più difficili. E tuttavia le istituzioni da sole non bastano, le politiche pubbliche devono poggiare sempre più sulla partecipazione, sul partenariato economico e sociale, sulle reti di cittadinanza, sul
protagonismo del terzo settore.

Nelle politiche di coesione lo stiamo facendo, è la cittadinanza attiva il vero argine alla penetrazione mafiosa. Lo Stato italiano ha eretto il recinto dell’azione penale
antimafia, ora deve uscirne fuori. Non solo guardando alla dimensione sovranazionale dell’azione di contrasto, ma guardando all’evoluzione delle mafie in tutti gli ambiti della vita economica e sociale. Per un’antimafia che accompagni la grande stagione d investimenti europei e nazionali dei prossimi anni, per parlare alla generazione che non ha un ricordo personale né del 1992 né del 2000.

Per chiudere i “varchi” vecchi e nuovi dell’ordinamento in cui le organizzazioni criminali cercano di incunearsi. Per orientare la definizione delle politiche attraverso processi partecipati, trasparenti, democratici. Più di tre anni fa, a Milano, l’Italia aveva intrapreso un percorso, gli Stati generali della lotta alle mafie, fortemente voluto dall’allora Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che ha coinvolto e attivato studiosi e operatori, forze
intellettuali, politiche e sociali, e a cui avevo collaborato.

Proporrò al Consiglio dei Ministri di ripartire da lì. Perché il contrasto alle mafie
non è mai un costo, un fardello burocratico: è la condizione per liberare le energie nella ripartenza. Vent’anni fa, a Palermo, lo abbiamo detto al mondo.

Oggi, è tempo di ripeterlo a noi stessi.

Lorenzo Diana: Innocente

Lorenzo Diana è stato assolto.

Scagionato da tutto dopo 1991 giorni di vita sospesa. Sono
passati 1991 giorni da quella mattina del 3 luglio 2015 quando d’improvviso Diana si è
ritrovato da simbolo dell’Anticamorra ad untore mafioso. Da moralizzatore a corrotto.
Come un delinquente dovette lasciare il domicilio. Andare in esilio. Sbattuto come un
mostro sui giornali, Il pm, Giordano, ha archiviato il caso, facendo cadere tutti i capi
d’accusa. L’uomo simbolo della lotta contro la camorra dei casalesi, infamato per vendetta, accusato poi d’essere un doppio giochista e messo sotto una gogna giudiziaria durata vari anni, per i giudici infatti, non era un politico al servizio della camorra casalese.

Diana era veramente un paladino dell’antimafia,. È caduta anche l’accusa di corruzione. Per rialzarsi e ripulirsi dal fango, Lorenzo Diana ha dovuto aspettare quattro anni. Più precisamente tre anni, dieci mesi e quattro giorni, per ricevere dalla Dda di Napoli la richiesta di archiviazione per l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica.

L’ex Senatore del Pds e segretario della commissione Antimafia è stato un simbolo della
lotta alla criminalità organizzata, uno dei primi oppositori del Clan dei Casalesi, quando
nel casertano la camorra non la combatteva convintamente neppure lo stato. Per la sua
attività, a partire da metà anni 90, dopo l’operazione “Spartacus” che ha portato a un
centinaio di condanne tra i Casalesi, ha vissuto sotto scorta per le minacce della camorra,
in particolare del boss Francesco Schiavone detto “Sandokan”.

Ed è pertanto diventato un’icona dell’antimafia militante: l’unico politico citato da Roberto Saviano in “Gomorra” come esempio della lotta ai clan. “Lorenzo Diana è uno di quei politici che ha deciso di mostrare la complessità del potere casalese e non di denunciare genericamente dei criminali, scriveva Saviano.

Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria”. E ancora: “E’ uno di quei rari uomini che sa che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina”.
Ebbene, tutto questo svanisce in una giornata di luglio del 2015, quando Diana viene
indagato da un altro campione dell’antimafia, il pm Catello Maresca – il magistrato che ha
arrestato i boss Giuseppe Setola, Antonio Iovine e Michele Zagaria – per concorso esterno
in associazione mafiosa: Diana sarebbe stato il “facilitatore” di un presunto patto tra la
coop Cpl Concordia e i clan nel progetto di metanizzazione dell’agro aversano (Cpl
Concordia è già stata assolta), oltre che autore di presunti favori, raccomandazioni e
frequentazioni con personaggi in odore di camorra.

Le accuse contro Diana si basano sostanzialmente sulle dichiarazioni del pentito Antonio
Iovine, conosciuto come “’o Ninno”, uno che non ricorda neppure quante persone ha
ammazzato in carriera e che è stato a lungo un nemico di Diana.

La parola di un camorrista contro quella di un uomo delle istituzioni: “Le accuse fanno a pugni con la realtà storica accertata dallo stato, disse Diana. Ero senatore dell’Antimafia, sotto scorta per 20 anni, seguito in tutti i miei movimenti dalle forze dell’ordine”.

Ma prevale la parola del camorrista. Il simulacro dell’antimafia cade nella polvere e attorno ha solo terra bruciata: Luigi de Magistris gli toglie un incarico al comune di Napoli (“così può difendersi meglio”) e Saviano, a differenza di altre vicende, preferisce un donabbondiesco silenzio.

Così Diana, che pure da politico contro gli avversari ha cavalcato il giustizialismo, si trova improvvisamente e per quattro anni sospeso da uomo e cittadino, senza riuscire
a difendersi dalla gogna mediatico-giudiziaria. Presunto camorrista.

Ora arriva la richiesta di archiviazione da parte degli stessi pm, nessuna collusione. Non ci sarà neppure un processo e Diana verrà “riabilitato”, anche se ha già scontato la sua pena. La sua storia e il suo isolamento sono significativi. Fino a che si andrà avanti con il garantismo ideologico, o con il giustizialismo partigiano, chi è accusato ingiustamente di un reato più infamante è vittima due volte. Siamo e saremo sempre strenui difensori della magistratura.
Però crediamo che la giustizia debba cambiare strada, altrimenti di questo passo va a
sbattere. Diana non è stato rinviato a giudizio. Ha ricevuto due avvisi di garanzia che si
sono chiusi con un’archiviazione richiesta dagli stessi pm che lo hanno indagato. Ma ci sono voluti cinque anni e mezzo. Credo che ci sia da riflettere su questo. Anche perché il
suo non è l’unico caso. Il legislatore deve riformare profondamente la giustizia.

E l’organo di autogoverno di giudici e pubblici ministeri, il Csm, deve fare le sue valutazioni e chiedersi perché questo accade.

Pizzeria con il nome di Falcone e Borsellino? Ingiusto e Pericoloso

Giovanni Falcone non è soltanto il magistrato che ha sacrificato la propria vita, anche prima del 23 maggio 1992, per liberare il nostro Paese dalla mafia e da tutte le sue declinazioni più subdole. E’ anche il magistrato che, con la sua proverbiale e indimenticabile lungimiranza, ha tra i primi indirizzato le sue indagini – anche quelle economiche e patrimoniali – verso gli investimenti di Cosa Nostra all’estero: non è un caso che l’importantissimo strumento della Convenzione Onu di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale, di cui peraltro proprio quest’anno si celebra il ventesimo anniversario, sia nato da uno dei soliti “slanci in avanti” del suo pensiero, peraltro nel corso di un convegno internazionale a poche settimane dalla sua morte.

Lo ha detto Roberto Tartaglia, vicecapo del Dap commentando la decisione del Tribunale tedesco che ha respinto il ricorso di Maria Falcone contro il titolare di una pizzeria che a Francoforte sul Meno, in Germania, ha scelto il nome ‘Falcone e Borsellino’.

Sui muri del locale ha appeso la celebre foto di Tony Gentile che ritrae insieme i giudici e accanto ha messo l’immagine di don Vito Corleone del celebre film Il Padrino. Una “violazione della memoria” dei due magistrati antimafia per la sorella del giudice Falcone, che aveva richiesto al Tribunale tedesco di inibire al proprietario del locale di utilizzare il nome Falcone nell’intestazione della pizzeria. “Il nome di Giovanni Falcone non è solo il nome di un uomo straordinario: è un simbolo universale, è un metodo irraggiungibile, è un baluardo ancora vivo ed efficacissimo di cui – da italiano, ancor prima che da magistrato – io come tanti vado orgoglioso”, prosegue Tartaglia.

“Ignorare o dimenticare tutto questo non è soltanto ingiusto, ma anche profondamente pericoloso, perché rischia di dare linfa a quell’odioso e risalente fenomeno di rimozione dei simboli, che sempre più spesso, in modo più o meno palese, si insinua con il passare del tempo e che finisce per agevolare uno degli storici obiettivi della criminalità organizzata: abbattere ogni simbolo di resistenza, con l’oblio e la confusione, affinché non ne sia più percepibile dalla gente la straordinaria capacità di esempio”, denuncia il Vicecapo del Dap. “Mandiamo alla Professoressa Falcone il nostro abbraccio più forte e affettuoso”

 

“GLI UOMINI PASSANO, LE IDEE DI LEGALITA’ RESTANO”, ANNA BRANDIFERRO INTERVISTA LUIGI SAVINA

Abbiamo dialogato con il Prefetto Luigi Savina, vice direttore generale della Pubblica Sicurezza, Presidente del Premio Nazionale “Paolo Borsellino”.

A.B.:  Che significato ha per lei essere il Presidente del Premio Nazionale “ Paolo Borsellino”?

L.S.: Il Premio Nazionale “Paolo Borsellino” per me è un grandissimo onore, ricorda una persona eccezionale che sapendo che probabilmente sarebbe stato ucciso ha continuato a fare fino all’ultimo il suo lavoro. Il Premio riporta alla memoria anche cinque meravigliosi ragazzi della scorta, 4 ragazzi e una ragazza Emanuela Loi, che hanno fatto il loro dovere.

Il 23 maggio 1992 c’era stata la strage in cui avevano perso la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. A distanza di nemmeno 60 giorni, quando c’era pericolo, il magistrato Borsellino ha fatto il suo dovere fornendo l’esempio di un servitore dello Stato, ha “tenuto duro” pur sapendo che poteva morire. I ragazzi della scorta non si sono fatti sostituire, potevano chiederlo, in quegli anni era facile farsi sostituire nessuno poteva imporre qualcosa se non ci fosse stato il desiderio di continuare a fare il proprio dovere.

Essere, quindi, il presidente di questo Premio è una cosa che mi inorgoglisce, il testimonial l’ho ricevuto da Giovanni Legnini vicepresidente Consiglio Superiore Magistratura. Preciso anche questo: Paolo Borsellino racconta che quando andò con Ninni Cassarà al funerale di Montana, agosto 1985,  Cassarà gli disse “Ci dobbiamo convincere che noi siamo cadaveri che camminano”.  So che è una frase che colpisce, ma proprio dopo pochi giorni Cassarà fu ucciso. Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone sapeva ciò che gli poteva succedere, c’era una grande probabilità di ciò che poteva accadere. Sono i nostri esempi, che tutti dovremmo ricordare, hanno fatto il loro dovere fino in fondo e ciò ha consentito a noi di avere un paese migliore. Il 30 ottobre 2020 a Pescara giornata conclusiva del Premio “Paolo Borsellino” Il 30 ottobre, qualche giorno fa, era prevista la giornata conclusiva del Premio con la consegna di una semplice targa di altissimo valore simbolico a uomini delle istituzioni: alcuni magistrati, prefetto della Repubblica, questore oggi capo della Direzione investigativa antimafia, che hanno fatto il loro servizio al meglio contro le organizzazioni mafiose.

Ci sono anche un vescovo impegnato in Calabria, un giornalista editorialista del “Corriere della sera” autore di libri sul terrorismo che ha sempre scritto articoli sulla legalità, ma anche una serie di docenti, il premio è una giornata particolare per ricordare queste persone. L’anno scorso non c’era il Covid, erano presenti 800 ragazzi delle scuole abruzzesi, quest’anno avevamo annunciato che l’avremmo fatto ma ci sono state delle nuove restrizioni. Sotto il profilo formale, senza pubblico, si poteva fare la cerimonia e tramite il ministero dell’istruzione sarebbero state collegate due scuole italiane per ogni regione per far assistere virtualmente i ragazzi. Avremmo potuto formalmente farlo, però è un momento in cui l’Italia soffre e quindi abbiamo preferito rinviare a quando ci sarà la riapertura. Il bilancio è di centinaia di incontri anche nel mese di aprile , durante il lockdown, i ragazzi che lavorano con noi hanno realizzato uno strumento che si chiama “Officina Legalità”, ci sono le interviste che hanno raccolto in diretta, la mia e soprattutto quella del Procuratore Antimafia De Raho, ciascuna scuola può vederle.

Sono esempi di legalità soprattutto in questo anno scolastico in cui inizia l’insegnamento di Educazione civica, che sia che da ragazzi ma anche da adulti dobbiamo fare, imparare e poi praticare per essere cittadini migliori.

A.B.: Che ricordi ha di Falcone e Borsellino

L.S.: Ho avuto il privilegio – perché lo ritengo davvero un privilegio – nel 1989, la prima volta in cui presi servizio a Palermo nella sezione omicidi di conoscere il dottor Giovanni Falcone che era divenuto Procuratore aggiunto della Repubblica. L’ho visto per circa due anni quando lasciava l’ufficio da giudice istruttore e poi l’ho visto da Procuratore aggiunto. Ho avuto occasione di incontrarlo qualche volta, una persona di una lucidità, di una intelligenza, di una capacità di analisi eccezionali.
Non ho avuto il piacere di conoscere Paolo Borsellino, era già procuratore a Marsala, quando rientra su Palermo io ero in servizio in altre sedi. Purtroppo sono stato aggregato a Palermo subito dopo la strage.

Sono persone eccezionali, cito solo questo come esempio, la loro intuizione di fare dei magistrati specializzati sulla mafia per comprendere la complessità di quel fenomeno, poi l’intelligenza di prevedere alcuni strumenti come la procura nazionale antimafia, voluta da Giovanni Falcone e perseguita anche Paolo Borsellino. Un sistema di lettura univoca di “cosa nostra” in Italia e anche all’estero. Quell’esempio e quella lettura unitaria pensate, nel 2015, momento in cui l’Europa è sottoposta a una serie di attentati si intuisce che è importante. Viene creata la Procura antimafia insieme con la Procura nazionale antiterrorismo, il Procuratore nazionale antimafia diventa anche antiterrorismo. Individuare uno strumento capace di fare prevenzione e repressione. L’intuizione è di Giovanni Falcone.

A.B.: Lei ha detto “Gli uomini passano, le idee di legalità restano”…
L.S.: La frase è stata detta da magistrati come Falcone e Borsellino io l’ho solo ripetuta. Di noi nella vita resteranno le azioni buone, anche facendo il lavoro più umile, resterà se siamo riusciti a cambiare un piccolo pezzo di mondo. Se abbiamo fatto questo la nostra vita ha avuto significato. Nel campo della legalità Falcone e Borsellino avevano ereditato da Chinnici e Caponnetto. Il rispetto delle regole è quello che ci fa sentire cittadini di questo paese e cittadini del mondo. C’è una frase di Borsellino per lei molto importante: “La lotta alla mafia non è soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolge tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa fiutare il puzzo del compromesso morale e dell’indifferenza” Frase a me molto cara , pronunciata da Paolo Borsellino subito dopo la morte di Giovanni Falcone in un incontro con gli studenti, si rivolge alle giovani generazioni come persona che ha fatto il proprio dovere e che pensa al futuro . La lotta alla mafia, il vivere in maniera corretta, rivolgersi ai giovani che hanno sentimenti di assoluta purezza, sentimenti di chi non vuole compromessi e vuole fare la propria strada. Borsellino dice di rifiutare il puzzo del compromesso e scegliere il fresco profumo della libertà che viene dalle proprie capacità e dal servire il paese.

A.B.: Cosa conserva nel suo cuore?

L.S.: Nel mio cuore conservo il ricordo soprattutto dello spirito di squadra. Ogni attività svolta come dirigente di squadra mobile a Milano, Palermo, Napoli, Albania o in altre sedi mi fa pensare che se sono riuscito a fare il mio dovere lo devo soprattutto ai miei collaboratori, a persone che hanno lavorato con me,” fianco a fianco“ e “spalla a spalla”, con cui abbiamo condiviso realmente ore e ore forse più del tempo lasciato alla famiglia. Palermo ha avuto un significato particolare, molte volte si era detto che ci potessero essere infiltrazioni mafiose dentro la squadra mobile, che era il cuore pulsante della risposta a cosa nostra. In alcuni arresti importanti duecento uomini si muovevano all’unisono, i familiari capivano perché facevano tardi tutte le sere. Il latitante venne preso (non importa sapere il suo nome), nei giorni precedenti nonostante il grosso lavoro, il fermento, da quell’ufficio non era uscita una parola, e se lo avevano detto alle proprie mogli, ai loro familiari nessuno aveva detto niente. Grandissimo valore: una squadra di duecento persone che si muovono tutti insieme dal più anziano al più giovane per fare il proprio dovere nel rispetto rigoroso del riserbo.

Anna Brandiferro su www.certastampa.it