La Fiction in Televisione nel Premio nazionale Paolo Borsellino

C’è l’eterna lotta tra Polizia e Camorra al centro della versione ridotta di Sotto copertura, la cattura di Iovine, la mini serie che Rai 1 ha messo in onda sabato in prima serata.

Concentrata in un’unica puntata, la prima stagione della fiction racconta della cattura di Antonio Iovine, detto “o’ninno“, boss del clan di camorristi di Casal di Principe, il camorrista più ricercato d’Italia, killer feroce prima, spietato uomo d’affari dopo, che continua a gestire loschi traffici dal suo inaccessibile bunker, protetto da una rete di fedelissimi.

Tensione e colpi di scena rendono avvincente il racconto che, basandosi su fatti romanzati, porta in scena l’impegno e le difficoltà superate dalle forze dell’ordine per mettere a segno l’arresto del boss super-latitante Antonio Iovine, che nel 2010 fu un bel colpo assestato alla malavita campana. Una storia di cronaca vera raccontata a beneficio della speranza di giustizia e in onore dei reali artefici di quella cattura che permise di togliere dalla circolazione un dei principali artefici del malaffare locale. Iovine, insieme a Michele Zagaria e Francesco Schiavone, era il principale boss dei camorristi del clan dei Casalesi. E ora è un collaboratore di giustizia.

Il commissario della Fiction Rai Michele Romano è ispirato al commissario Vittorio Pisani. L’operazione fu condotta dal Procuratore della DDA di Napoli Antonello Ardituro. Il processo “Spartacus” dove i casalesi vennero condannati all’ergastolo fu condotto dal Procuratore Roberto Cantone.

Iovine si pentì davanti al Procuratore Federico Cafiero De Raho che lo inchiodò all’ergastolo. Il politico minacciato di morte è Lorenzo Diana. I giornalisti da uccidere Roberto Saviano e Rosaria Capacchione.
Tutti questi poliziotti, magistrati e giornalisti sono stati ospiti e premiati del Premio nazionale Paolo Borsellino nel 2011 e 2012 raccontando la verità su quegli episodi.

Don Peppino Diana è morto martire

Don Peppino Diana è morto martire per l’amore del suo popolo. Lui è il martire dell’amore. Don Giuseppe Diana, il prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 per aver scritto un documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo”.

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo rompere una tradizione di silenzio della chiesa.

Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994, poco dopo le 7,20 del mattino, nel giorno del suo onomastico. Fu ucciso nella sua chiesa, la parrocchia di San Nicola di Bari. Gli spararono contro quattro colpi di pistola mentre si preparava per celebrare la messa.

Aveva 36 anni. arriva prima del solito nella sua parrocchia. E’ anche il giorno del suo onomastico. Dopo la messa delle 7.30 ha dato appuntamento in un bar a diversi amici per un dolce e un caffè. Sulla porta il sagrestano lo saluta. In chiesa ci sono già alcune donne e le suore. C’è anche Augusto di Meo ad aspettarlo, il suo amico fotografo.
Vuole essere tra i primi a fargli gli auguri per il suo onomastico. Ma ad aspettare don Peppe c’è anche un’altra persona. E’ sul piazzale della chiesa, in auto. E’ un uomo con meno di 40 anni con un giubbotto nero e capelli lunghi.
Appena vede il prete entrare, scende. Si guarda intorno, mette la pistola nella cintura e si avvia a passo deciso verso la sagrestia. Don Peppe, intanto, mentre comincia ad indossare i paramenti sacri, sta ancora concordando con il suo amico fotografo il da farsi per vedersi dopo la messa.

Ed ecco che entra l’uomo col giubbotto. “Chi è don Peppe?”, chiede lo sconosciuto. Don Diana si gira e risponde: “Sono io”.
L’uomo tira fuori la pistola dalla cintola e spara quattro colpi, al volto e al petto. Per don Peppe, che cade in una pozza di sangue, non c’è niente da fare. Muore a 36 anni il
prete che aveva osato sfidare apertamente la camorra dei casalesi.  Il killer si dilegua.

Ad aspettarlo ci sono dei complici con l’auto del motore acceso. Augusto, il fotografo
amico di don Diana invece, corre dai carabinieri a denunciare l’accaduto. Sarà lui a riconoscere in Giuseppe Quadrano il killer di don Diana.
Per l’uccisione di don Giuseppe Diana, il 4 marzo 2004, la Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti quali coautori dell’omicidio, mentre ha riconosciuto come autore materiale dell’omicidio il boss Giuseppe Quadrano condannandolo a 14 anni, perché collaboratore di Giustizia.  Decisiva la testimonianza di
Augusto Di Meo. 

Quanto ai mandanti, la giustizia ha accertato che la morte di don Diana venne ordinata dalla Spagna, dal boss Nunzio De Falco detto “’o Lupo”, con l’intento di colpire il clan
Schiavone – Bidognetti.  Ma prima della sentenza definitiva, ci sono stati vari tentativi di infangare la memoria di don Giuseppe Diana.
Tentativi che iniziarono sin dalle prime ore dopo la sua morte, quando venne fatta circolare la voce che era stato ucciso per vicende di donne. A queste voci seguirono vere e proprie campagne denigratorie con articoli apparsi sul “Corriere di Caserta” che avevano l’obiettivo di delegittimare non solo la figura di don Diana, ma soprattutto il suo forte messaggio lanciato dagli altari delle chiese della Foranìa di Casal di Principe, a Natale del 1991, con il documento “Per amore del mio popolo”. Un messaggio dirompente contro la cultura camorristica e criminale, nato nel cuore di quella che lo stesso don Diana definiva la “dittatura armata” della camorra.

Don Peppino Diana è morto martire per l’amore del suo popolo. Lui è il martire dell’amore. Don Giuseppe Diana, il prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 per aver scritto un documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo”.

Don Peppino era veramente un prete valoroso, perché sapeva amare la gente. Si, perché il prete vero non è quello che vediamo in chiesa a

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo
rompere una tradizione di silenzio della chiesa. In questo ha dimostrato coraggio, visione, volontà. Lo dimostra il fatto che dopo tanti anni è considerato un punto di riferimento.
Contro di lui prima una campagna diffamatoria, poi lasciato solo in una condizione che sembrava di disperazione umana. Però oggi il suo sogno, è la nostra frontiera. dire la messa, in mezzo a mille liturgie e a mille processioni.

Il prete genuino è colui che, come Cristo, cammina su tutte le strade del mondo per guarire ogni genere di infermità e di malattie. Don Diana, anche come credente, era un autentico prete, genuino, lanciato, appassionato.

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo
rompere una tradizione di silenzio della chiesa. In questo ha dimostrato coraggio, visione, volontà. Lo dimostra il fatto che dopo tanti anni è considerato un punto di riferimento.
Contro di lui prima una campagna diffamatoria, poi lasciato solo in una condizione che sembrava di disperazione umana. Però oggi il suo sogno, è la nostra frontiera.

La camorra è una forma di terrorismo che sradicheremo. La cultura di morte non prevarrà sul desiderio di una società più giusta e più ricca di opportunità. Questo giorno di
memoria è un giorno di impegno e di responsabilità. Le istituzioni devono rispondere alla domanda di giustizia che sale dalle numerose vittime innocenti, dalle famiglie, dalle persone a cui il crimine organizzato continua a rubare il futuro. Ma tutta la società civile, a partire da ciascuno di noi, è chiamata a fare la propria parte, seguendo la strada
indicata da persone come don Giuseppe.

Diversamente dagli altri anni, nessuna marcia o manifestazione di piazza, per ricordare il sacerdote ucciso dalla  camorra, ma una riflessione collettiva sullo stato della lotta alla camorra.  Una chiamata a raccolta del mondo dell’antimafia per tracciare un percorso  di impegno civile per i prossimi dieci anni.
La camorra come l’abbiamo conosciuta negli anni passati, ormai non esiste più ma questo non significa che la camorra sia scomparsa. Non sappiano sotto quali forme emergerà
l’evoluzione del fenomeno camorristico.

Roberto Ricci testimone del Premio Borsellino per la Giornata Nazionale in ricordo delle vittime delle mafie

Roberto Ricci, capo della sezione emergenze dell’ufficio dell’alto commissariato dei diritti umani dell’ONU (OHCHR). Asia, Ruanda, Palestina, Congo, Nepal, Uganda e Kyrgyzstan, Guinea sono solo alcuni dei Paesi dove ha condotto e supervisionato una serie di complesse indagini sui diritti umani e istituito e sostenuto diverse commissioni d’inchiesta internazionali su mandato delle Nazioni Unite.

Roberto Ricci, con il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, è uno dei due testimoni scelti dal Premio Borsellino per la Giornata  nazionale della memoria e dell’impegno  a cui il Premio Borsellino aderisce fin  dalle prime edizioni, per far vivere agli studenti italiani che vorranno collegarsi sulla piattaforma educativa “Officina legalità” un momento di memoria e impegno, in piena sicurezza.

La cultura della memoria e dell’impegno, che in questo anno di pandemia è stata spesso penalizzata e messa ai margini, ritenuta non essenziale, ma che è fonte primaria per l’evoluzione umana,  capace di svegliare le coscienze, seminare responsabilità e generare partecipazione, è l’ingrediente fondamentale per la lotta alle ingiustizie, alla indifferenza, alle mafie e alla corruzione, scintilla di memoria e impegno sociale.

Per  la Giornata della memoria e dell’impegno 2021 il  Premio nazionale Paolo Borsellino, e l’Officina legalità, dedicano il loro impegno agli ultimi, a più fragili, a tutte quelle persone in difficoltà che si sentono sopraffatte, ai diritti umani e civili,  che sono punti fondamentali nell’Educazione dei giovani

Dalle ore 9,00 di Venerdi 19 marzo, sulla piattaforma educativa www.officinalegalita.it  per tutti gli studenti italiani sarà visibile l’intervista a Roberto Ricci.  

Dalle ore 9,00 di sabato 20 marzo sarà visibile l’intervista al Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.

Da EUKOWENS.IT

Più di 24.000 studenti visualizzano i video del Premio Borsellino per l’8 marzo

“Siamo molto felici che ci avete scelto, siamo certi di aver fatto il nostro meglio per essere all’altezza della vostra attenzione e delle tante riflessioni che molti studenti hanno condiviso in classe con i loro insegnanti…e questo è ciò che continueremo a fare”.

Il progetto “Officina legalità” del Premio nazionale Paolo Borsellino , con il patrocinio del Miur,  ha realizzato per l’8 marzo uno “speciale diritti delle donne”, che ha portato 4  testimonianze di donne  in tutte le scuole abruzzesi e italiane,  contro quella che è una vera e propria strage a cui si aggiungono le violenze quotidiane: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate, umiliate, svalorizzazione, controllate ed intimidite, private o limitate nell’accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia. Sono madri, figlie, sorelle, amiche, fidanzate, simbolo di una violenza infinita. Le donne subiscono minacce, sono spintonate o strattonate , sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi, subiscono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici.

Insieme al video della giovane Valeria Di Martino che ha sintetizzato il lungo percorso compiuto dalla storia dei diritti delle donne dagli albori fino a la senatrice Segre,  il percorso di “Educazione civica e alla Legalità” del Premio Borsellino Officina Legalità ha alternato “Individualità e Testimonianze” di tre donne fortemente impegnate nella difesa dei diritti: Andrea Catizone, Direttrice del Dipartimento Pari Opportunità di ALI- Autonomie Locali Italiane. giurista, specializzata in diritto di famiglia e diritti dei minori a livello internazionale. presidente di Family Smile e dell’Osservatorio sulle famiglie, editorialista su questioni attinenti il Diritto di famiglia; Tania Bonnici Castelli giornalista e Presidente del Comitato Pari opportunità di Teramo; Anna Di Paolantonio artista  da anni impegnata in difesa del mondo femminile e e autrice dello spettacolo Amori Amari” .

Dire basta è un dovere morale, civile e umano.  Per questo è importante che un giorno di festa come l’8 marzo  duri tutto l’anno. Con  un impegno educativo costante e coerente che non può fermarsi alla mezzanotte, come la festa di Cenerentola.

Attraverso il contenitore Didattico Web “Officina Legalità”,   nato in collaborazione con il  Miur , ideato e promosso Gabriella Sperandio, Monica Mariani e Graziano Fabrizi del Premio Borsellino, queste testimonianze e interviste sono entrate nelle scuole di tutta Italia  favorendo quel cambiamento di comunicazione nel quale tutti ci siamo ritrovati, soprattutto gli studenti impegnati nella conclusione dei percorsi di cittadinanza e costituzione utili per lo svolgimento degli esami di maturità ma soprattutto per realizzare un mondo migliore per tutti, dove l’otto marzo sia tutto l’anno.

24.344 studenti e/o cittadini, nell’ambito delle ore di educazione civica in dad, o liberamente, hanno visualizzato queste video testimonianze, a riprova della voglia di approfondimenti e impegno quando gli studenti vengono stimolati nel modo giusto e da persone credibili.

@EUKONEWS

Giornata Internazionale della Donna: 8 marzo Scuola

Siamo contenti di condividere con te alcune riflessioni sulla Giornata Internazionale della Donna, con un Obiettivo importante: ricordare a noi stessi e a tutti i Giovani studenti che non possiamo migliorare il nostro contesto con le battaglie “contro” ma, solo con delle azioni concrete “a favore”, a favore di quello che desideriamo, nel rispetto delle nostre e delle altrui sensibilità.
Insomma, finché vivremo lottando “contro” e non muovendoci “verso”, sarà difficile vivere nel rispetto dell’Individualità.
Per questa ragione, attraverso Officina Legalità abbiamo voluto dedicare tre preziose testimonianze, da parte di tre personalità, per onorare l’8 Marzo.
Tra le personalità che abbiamo intervistato:
Andrea Catizone – Avvocato
Tania Bonnici Castelli – Presidente Pari Opportunità di Teramo
Anna Di Paolantonio – Ideatrice dello spettacolo di teatro civile “Amori Amari”
Gli interventi saranno disponibili dal 02 marzo
Vogliamo dedicare il nostro impegno a tutte quelle persone, uomini e donne, che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti Civili, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per vincere soprattutto nell’Educazione dei giovani e lasciarci migliori di come ci siamo incontrati. Per noi, è importante muoverci verso questa direzione e siamo felici di portarti con noi🖖
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Il Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini

La famiglia del Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini, dal 2000 al 2012 grande protagonista delle nostre iniziative. Se ne va con lui un pezzo, ancorché significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese.

Franco-MariniUn filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro Paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute e affrontate con la schiena dritta, da abruzzese, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili a una chiusura pregiudiziale. Era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco-MariniFranco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico e istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale e istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del cattolicesimo democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole.

Franco-MariniUn uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita. Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate al cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale. Addio Franco, ci mancherai.

Onorare la Giornata della Memoria, appuntamenti per parlarne in classe

Vogliamo rendere migliore questa giornata perché è importante ricordare, quindi continuiamo con il nostro impegno con le attività del Premio nazionale Paolo Borsellino “tutto l’anno”, attraverso la collaborazione dell’I.I.S. V. Moretti di Roseto degli Abruzzi e l’IPSSEOA F. De Cecco di Pescara e attraverso il portale didattico Officina Legalità.

Tutti gli appuntamenti saranno in Streaming presso gli istituti indicati e vedono la partecipazione diretta di:
Andrea Sangiovanni – Docente di storia contemporanea UniTe
Luigi Guerrieri – Avvocato, Avvocato, studioso di storia contemporanea
Massimo Balloni – Docente di Religione Cattolica

Gli interventi di
Lia Tagliacozzo – Autrice del libro “La generazione del deserto”
Massimiliano Smeriglio – Europarlamentare, esperto dei Diritti Umani

Sono disponibili per tutti gli Istituti Scolastici sul portale didattico accedendo a
🔗 www.officinalegalita.it

Giornata della Memoria: Lia Tagliacozzo ospite di “Officina Legalità” nell’ambito del Premio Borsellino tutto l’anno

La scrittrice, Lia Tagliacozzo  sarà Online il 27 gennaio per le iniziative della nostra “Officina Legalità” per onorare il valore della Giorno della Memoria.

L’intervento sarà disponibile, per tutti gli studenti, accedendo al portale didattico www.officinalegalita.it

Era ill 10 gennaio, durante una presentazione ONLINE del libro “La generazione del deserto”  nel quale Lia Tagliacozzo ricostruisce le vicenda della sua famiglia di ebrei romani durante la Shoah, un gruppo di disturbatori è riuscito a intromettersi con insulti, slogan nazisti e immagini di croci uncinate.

Se ne è parlato molto, anche se, commenta l’autrice, “è uno stupore che un po’ mi stupisce”. A vent’anni esatti dalla prima celebrazione del Giorno della Memoria, i segnali di antisemitismo e, più in generale, di intolleranza tornano a manifestarsi con frequenza inquietante.

Purtroppo le celebrazioni del Giorno della Memoria sono state funestate da atti di vandalismo, intimidazioni, oltraggi. Qualcuno ha addirittura preteso che esistesse un rapporto di causa-effetto, come se l’intolleranza fosse l’esito di un eccesso di memoria. Non è affatto così e non solo perché l’antisemitismo è sempre esistito, appunto, ma anche perché è mutato e continua a mutare nel tempo, sollecitato da fattori diversi, di natura politica e sociale. Proprio per questo occorre soffermarsi ancora ad ascoltare la voce dei testimoni, i cui racconti costituiscono una risorsa irrinunciabile per la ricerca storiografica. La persecuzioni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale è molto studiata, è vero, ma a un certo punto mi sono resto conto che i momenti cruciali dell’arresto, del viaggio nei treni blindati e dell’arrivo nei lager non erano ancora stati approfonditi. E per capire che cosa accadesse in quelle giornate terribili non si può fare altro che affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti.

Paolo Borsellino, simbolo della lotta alla mafia grazie al suo impegno al fianco di Giovanni Falcone.

Il 19 gennaio 1940 nasceva a Palermo Paolo Borsellino.

simbolo della lotta alla mafia grazie al suo impegno al fianco di Giovanni Falcone.

I due magistrati, tragicamente eliminati dalla criminalità organizzata, sono diventati martiri della giustizia, bandiera della resistenza alla mala vita. Nato a Palermo, Borsellino diventa magistrato a soli 23 anni stabilendo un particolare record nel mondo della magistratura italiana.

“La mafia ha perso. Ha vinto lo Stato. E i giudici, e le forze dell’ordine e gli uomini della scorta e tutti quelli che hanno creduto in loro, e infine chi non ha taciuto“. Avrebbe voluto sicuramente festeggiarli così i suoi 81 anni Paolo Borsellino, con un biglietto d’auguri in una mano, l’immancabile sigaretta nell’altra e il sorriso stampato sul volto. Ma così non sarà, lo sanno tutti.

Lo sanno dal 19 luglio 1992, la vita di Paolo Borsellino terminò, dunque, a 52 anni, lì dove tutto era cominciato, a Palermo. Una città che è stata il suo ombelico del mondo e il suo cordone ombelicale, padre ostile e madre premurosa: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare“.

Di certo non se n’è andato senza averci provato davvero, altrimenti un biglietto d’auguri tra le mani lo starebbe girando e rigirando di sicuro, natura permettendo. E questo Borsellino lo sapeva meglio di chiunque altro, dato che dopo aver portato in spalla la bara del suo fedele amico e collega Falcone, un giorno disse alla moglie:

“Quando mi ammazzeranno, sarà stata la mafia ad uccidermi. Ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte“.

Chiaro riferimento alla politica, allo Stato che lui aveva cominciato a servire all’età di 23 anni. Figlio di farmacista era arrivato ad essere Borsellino dopo una esaltante scalata ai vertici della magistratura: da uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna al pool antimafia diretto da Rocco Chinnici e di cui facevano parte anche Falcone e Barrile.

Il 4 agosto 1983, però, il giudice Rocco Chinnici fu ucciso con un’autobomba. Il pool, tuttavia, sotto la nuova direzione di Caponnetto continuò nell’incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 l’arresto Vito Ciancimino e il pentimento di Tommaso Buscetta. In un clima di sangue e terrore (viene ucciso anche il commissario Beppe Montana) cominciò la preparazione del Maxiprocesso: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.

Dopo il grande successo, Falcone e Borsellino – preoccupati che dopo l’arresto di numerosi mafiosi, l’attenzione su Cosa Nostra potesse scemare, si batterono per la formazione di una Superprocura. Sembra Falcone quello destinato dirigerla, ma il 23 maggio 1992 sarà ucciso insieme alla moglie nella, tristemente nota, “strage di Capaci“. Paolo Borsellino rifiuterà di prendere il suo posto, preferendo continuare la lotta alla mafia e le indagini sugli esecutori dell’attentato dalla Procura di Palermo. Proprio qui, il 19 luglio dello stesso anno sarà lui stesso vittima dell’altrettanto famigerata “strage di via D’Amelio”.

Libero Grassi, trent’anni fa la lettera “caro estortore…”

“C’è il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale, ma c’è un primato superiore: quello della qualità del consenso. La formazione del consenso, che poi è l’arma della mafia. E la prima cosa che controlla la mafia è il voto. A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. I valori morali sono transeunti, sono contemporanei. Non c’è un valore morale, non c’è una legge valida per sempre, la legge la fanno i politici, la fanno buona, la fanno cattiva, è relativa al consenso. Sempre. Se i politici hanno un cattivo consenso faranno una cattiva legge. E allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso.
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al Geometra Anzalone e diremo no a tutti quelli come lui”.
Era il 10 gennaio 1991: esattamente 30 anni fa il Giornale di Sicilia – che oggi vi dedica la ‘prima’ e due ricche pagine interne, pubblicava la lettera, denuncia di Libero Grassi al ‘caro estortore’, con cui l’imprenditore tessile diceva no al racket e agli emissari della mafia. Un atto di ‘naturale ribellione’ per un uomo e un imprenditore onesto che, però, gli costò la vita: fu ucciso il 29 agosto del 1991, in un contesto di silenzi, solitudine e sottovalutazione.
 
“Oggi per fortuna non è più così. Mio padre dovette scegliere di mettere in campo un’azione così plateale, dice Alice Grassi al Giornale di Sicilia, nel tentativo di scuotere le coscienze. Di questi tempi chi voglia denunciare il pizzo lo può fare in sicurezza, senza rischiare, assistito dalle associazioni. Se questo è accaduto è anche merito suo”.
Resta fermo, denuncia, il progetto di un parco intitolato a Libero che ridarebbe vita e bellezza alla costa sud di Palermo: “Siamo fermi ancora alla faccenda della bonifica. In questa fase tutto è in mano alla Regione. Il fatto è che non si può perdere una tale quantità di tempo per fare le cose. Ogni 29 agosto a parole ci sono molte promesse e tanta buona volontà. Ma appena passa quella data non se ne parla più…”.