Officina Legalità – Speciale 25 Aprile

In occasione della ricorrenza dell’Anniversario della Liberazione d’Italia, il Premio nazionale Paolo Borsellino, attraverso ⚙️Officina Legalità, ha realizzato uno SPECIALE 25 Aprile, per riflettere insieme sui principi fondamentali della “R-esistenza” di ieri ed di oggi.
🔍 Gli interventi saranno disponibili a partire dal 23 Aprile
Tra le personalità intervistate:
▶️ Sabrina Evangelista – Presidente Anpi Montorio
▶️ Carlo Ghezzi – Vice Presidente Nazionale Anpi
▶️ Nicola Palombaro – Presidente Anpi Pescara

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L’impegno che mettiamo in quello che facciamo è un’opportunità rivolta a tutti coloro che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per creare quel cambiamento positivo verso una società migliore.

Interviste a cura di Graziano Fabrizi

40 Anni di guerra di mafia

Fonte La Repubblica di Roberto Leone

Quarant’anni fa, esattamente il 23 aprile 1981, veniva ucciso Stefano Bontade, il boss della mafia palermitana che più di ogni altro incarnava l’equilibrio tra crimine politica e affari. Per molti questa data ha segnato l’inizio della seconda guerra di mafia, dopo la prima che si era combattuta negli anni ‘60.
Lo scontro tra i clan dei Corleonesi e quelli palermitani, secondo le ricostruzioni sin qui fatte, era motivato dal desiderio di gestire in prima persona i proventi nel traffico di droga diventato, a metà degli anni ‘70, la principale attività criminale di Cosa nostra. Un tesoro che in quel momento, era nelle mani di Bontade, Inzerillo e Badalamenti, il vertice della cupola. Ma questa ricostruzione giornalistica basta a spiegare anche la catena impressionante di delitti politici che ha come obiettivo esponenti della magistratura, della politica e della società civile palermitana e siciliana?

Sono delitti che improvvisamente stravolgono la filosofia di cent’anni di mafia, e cioè la strategia di restare immersa nella società e di evitare uno scontro aperto con le istituzioni che dal canto loro avevano un atteggiamento che, banalmente, nell’opinione pubblica era sintetizzato con la frase “finché si ammazzano fra di loro….” a significare che non bisognava interessarsi delle vicende di quella che appariva un’organizzazione criminale e basta e non che avesse referenti politici ed economici tali da condizionare pesantemente la vita pubblica nell’isola e non solo. L’assenza apparente della mafia e la sua negazione da parte di una fetta importante di opinione pubblica e di partiti politici, sono state infatti, la maggior forza sulle quale ha potuto contare Cosa nostra. Se la mafia ha cambiato strategia in modo così netto e in antitesi con la sua storia, emergono ancor di più una serie di domande che ancor oggi sono rimaste senza risposta. Proviamo a riepilogarle.

1) Quarant’anni dopo quegli eventi, è possibile allargare il campo nella visione e non fermarsi com’è stato finora e considerare quella incredibile stagione di terrorismo non confinata nello spazio siciliano, ma inserita nella sequenza di avvenimenti che hanno segnato pesantemente la vita di tutt’Italia tra gli anni ‘70 e ‘80?

2) È possibile cercare di sciogliere il nodo principale della questione e cioè il mistero che rimane sui mandanti degli assassinii politici in Sicilia per i quali sono stati condannati soltanto i mafiosi, e cioè gli esecutori materiali?

3) Che cosa significa dire “non solo mafia” quando si parla degli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre ma anche nel generale Carlo Alberto dalla Chiesa per finire con i giudici Falcone e Borsellino?
Ecco quindi che in questa visione è indispensabile far entrare il contesto politico nazionale e internazionale che fa da scenario degli anni dal 1979 al 1992 in cui sono inserite le stragi, gli omicidi che non solo hanno insanguinato Palermo e la Sicilia ma che hanno indirizzato la vita pubblica politica, economica e sociale dell’intera Italia.
Tra le fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 la Sicilia vive uno dei periodi più drammatici e insanguinati della sua storia. Nel gennaio 1979 – se si esclude quello che in quel momento è il mistero De Mauro – viene ucciso per la prima volta a Palermo un giornalista, Mario Francese. Poi in sequenza, a luglio, un poliziotto, Boris Giuliano, e ancora, a settembre, un giudice appena tornato in magistratura dopo l’impegno politico: Cesare Terranova. Quindi il sei gennaio 1980 il presidente della Regione Piersanti Mattarella. L’anno dopo si scatena la lunga guerra di mafia che sarà una carneficina: migliaia di morti ammazzati in strada o scomparsi nel nulla con la lupara bianca, il suo culmine l’operazione Carlo Alberto e l’uccisione di Dalla Chiesa, il generale-prefetto il 3 settembre 1982.

Posto che la prima guerra di mafia aveva avuto il suo apice nel 1963 con la strage di Ciaculli (sette morti tra uomini in divisa per una Giulietta al tritolo destinata al clan La Barbera), prima di fissare l’inizio della seconda vanno fatte una premessa e una riflessione. Servono a rileggere oggi quel periodo con un’attenzione diversa che non è più quella della cronaca ma cerca di incastonare i fatti nel loro contesto storico.

Dieci anni fa, partendo dall’omicidio di Stefano Bontade, il 23 aprile 1981, (https://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/04/23/news/trent_anni_fa_l_inizio_della_guerra_di_mafia-15291981/) possibile data che fissa l’inizio di questo conflitto, sulle pagine di Repubblica abbiamo fatto un’analisi e una ricostruzione di quel periodo in cui lo scontro tra i Corleonesi che vanno all’assalto dei clan  palermitani ha una sequenza ed un esito scontato. La cronaca di una stagione drammatica in cui Riina e Provenzano riescono nello sterminio, uccidendo prima proprio Bontade, il Principe di Villagrazia, meno di un mese dopo il suo più fido alleato Totuccio Inzerillo e poi fanno strage di tutte le famiglie a loro più vicine compresa quella di Tommaso Buscetta che tre anni dopo con la sua storica cantata, portò al maxi processo a Cosa Nostra.

Sarà la prima vera sconfitta di Cosa nostra e forse l’inizio del suo declino ma questo avverrà solo dopo il 1992 quando quella sentenza diventa definitiva.
La sequenza degli omicidi più che quella di una guerra, è una caccia all’uomo che non lascia scampo agli avversari di Riina e Provenzano: possiamo farla iniziare con l’assassino in canonica di fra Giacinto Castronovo nell’agosto 1980 a Santa Maria di Gesù, oppure con la sparizione del boss Piddu Panno storico alleato di Inzerillo e Bontade nel marzo 1981. È dunque chiaro che tra la fine del 1979 e l’inizio del 1980 qualcosa nella mafia sta succedendo. I cronisti scrivono che le cosche si dividono tra vincenti e perdenti: ma cosa facciano le due parti, nessuno lo sa con precisione. Si fanno ipotesi, si ha qualche difficoltà a classificare le vittime di uno schieramento oppure si pensa a tradimenti o “tragediamenti” come si dice nel gergo mafioso.
Organizzazione militare, potenza di fuoco con la comparsa del Kalashnikov, capacità di ribaltare le alleanze sono tutti elementi che non bastano a giustificare un esito così sbilanciato. Dopo ogni delitto ci chiedevamo: quando arriva la risposta? E invece continuavano a cadere solo da una parte, senza scampo, come Totuccio Inzerillo che dopo l’agguato a Bontade s’era comprato un’auto blindata ma venne lo stesso ucciso prima di salirci a bordo: un delitto compiuto, l’11 maggio 1981, due giorni prima dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. In quell’Italia di morti ammazzati tra criminalità organizzata e terrorismo, le date molto vicine segnate in rosso sul calendario sono tante. A mettere insieme tutte queste coincidenze, c’è da pensare che il filo della storia potrebbe essere guidato da qualcuno che ha una visione complessiva di quello che, non solo accade, ma che “deve” accadere. Oggi che sono trascorsi ormai quattro decenni, resta il mistero sui mandanti degli omicidi politici in Sicilia, per i quali sono stati condannati i boss della cupola.
E vale la pena notare che stessa sorte è avvenuta per quasi tutti i processi che riguardano le stragi del terrorismo nero in Italia. Ma forse questo può essere il metodo nuovo a cui affidarci: non più solo la ricostruzione cronachistica di agguati e omicidi avvenuti a Palermo, ma inserirli nel contesto più vasto dell’Europa, facendoci guidare dalle date che nella visione storica del periodo, consentono di avvicinare nel tempo fatti che invece sono accaduti in luoghi lontani fisicamente ma che fanno parte dello stesso contesto. Forse ora, quaranta anni dopo, è venuto il momento per cercare di capire qualcosa di più. Allargare la visione è, dunque, fondamentale per vedere questo scontro tra clan inserito nel grande palcoscenico della storia non solo italiana ma mondiale.

Nel 1980 però il nostro scenario era Palermo, tutt’al più la Sicilia. Pochi anni prima, a metà degli anni Settanta, era avvenuto nel silenzio quasi totale uno degli eventi che hanno inciso profondamente sull’economia e sullo sviluppo sociale del mondo occidentale: la produzione dell’eroina assume una dimensione industriale con il trasferimento delle raffinerie dal sud della
Francia (Marsiglia) alla Sicilia occidentale. Come e perché sia avvenuto un evento che ha portato Cosa nostra a diventare l’organizzazione criminale più ricca del mondo, non si sa con certezza. Quello che, invece, si sa è l’interesse dei servizi segreti americani nel controllare e indirizzare il flusso della droga, dell’eroina in particolare, che avrebbe segnato la vita di alcune generazioni, spegnendo in pratica il post Sessantotto e facendo scomparire milioni di ragazzi con la tragedia delle overdosi. Proprio in quegli stessi anni va in scena la parabola di Michele Sindona, il crack delle sue banche dà la certezza che il riciclaggio del denaro è la pista che si deve seguire per capire le nuove dinamiche criminali.
L’omicidio di Umberto Ambrosoli, il liquidatore dellaVBanca di Sindona avviene l’11 luglio 1979, a Milano, otto giorni prima dell’uccisione di Boris Giuliano a Palermo: al Nord agisce un killer legato al clan di Tano Badalamenti ed arrivato dagli Stati Uniti. Al cinema Lux, il 19 luglio, sono i corleonesi che si affacciano sulla scena palermitana poche settimane dopo il primo sequestro di mezzo milione di dollari frutto del narcotraffico effettuato proprio grazie alle indagini di Boris Giuliano. Un passo indietro di poco più di un anno per ricordare che a Cinisi nel regno di Tano Badalamenti, nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 viene sequestrato e ucciso Peppino Impastato, attivista di Democrazia proletaria e giornalista impegnato a denunciare la mafia e i suoi affari. Quello stesso 9 maggio a Roma viene scoperto il cadavere di Aldo Moro, il presidente della Democrazia cristiana sequestrato il 16 marzo in via Fani con un’azione di terrorismo-militare in cui vengono massacrati i cinque uomini della sua scorta. E Peppino Impastato sulle prime viene etichettato come un terrorista che stava mettendo una bomba sulla linea ferrata Palermo-Trapani: depistaggi evidenti da parte dei carabinieri saranno svelati nelle indagini che porteranno Giovanni Falcone sulla strada giusta, quella di Tano Badalamenti, il Tano seduto bersagliato da Impastato.

Per Ambrosoli, invece, era arrivato l’epitaffio di Giulio Andreotti che, a chi gli chiedeva dell’uccisione dell’eroe borghese, rispondeva che forse, “se l’era andata a cercare”. Per il Divo era ancora lontana l’accusa che lo porterà prima sul banco degli imputati e poi alla prescrizione per i contatti con esponenti di Cosa nostra e in primo luogo con i cugini Salvo per decenni padroni delle Esattorie in Sicilia. In questo clima politico e sociale tra la Sicilia, la mafia, il terrorismo, le banche piene di soldi sporchi si sviluppa un circuito perverso e sanguinoso, sia tra i clan che di attacco allo Stato o almeno contro quella parte che ha iniziato a combattere, forse per la prima volta, le cosche.
Torniamo dunque al diluvio di denaro piovuto su Cosa nostra con il passaggio delle raffinerie di eroina in Sicilia. Qualcuno pensa che questa sia stata la ragione dello scontro tra palermitani e corleonesi: la divisione dei proventi della droga, il tesoro di alcune famiglie, come quella di Bontade che hanno accumulato troppo. Ma questo movente che può giustificare la guerra interna,
può spiegare anche la strategia del terrore che investe in una escalation mai vista in altre parti del mondo occidentale, i rappresentati dello stato e della politica (Mattarella, La Torre) delle istituzioni da Dalla Chiesa a Rocco Chinnici da Cassarà sino all’omicidio Lima e alle stragi Falcone e Borsellino?

Ecco la necessità di allargare lo sguardo per cercare di capire cosa vuol dire che nei delitti di quel lungo periodo di terrore c’è qualcosa oltre la mafia. Il trasferimento delle raffinerie e dell’Eldorado che diventa la Sicilia occidentale, dove il flusso di droga verso gli Stati Uniti, come è stato provato da tante inchieste a partire dalla Pizza connection, porta migliaia di miliardi di lire che devono essere investiti nella economia legale e possono influire e non poco anche sulla vita politica e sociale del nostro paese. Cosa ha fatto la mafia dopo l’esposizione mediatica dovuta dal delitto Notarbartolo alla fine dell’800? È praticamente scomparsa, si è inabissata nella società, non fa politica in prima persona ma utilizza i politici, li condiziona per trarne vantaggio con le proprie attività: soprattutto nelle campagne, nel controllo dei poderi e poi con l’urbanizzazione e quindi nell’edilizia, nella costruzione delle città che si stanno sviluppando con l’arrivo di migliaia di contadini che diventano cittadini. In una parola con la speculazione edilizia: il cemento diventa la
nuova frontiera come dimostrano gli anni del sacco di Palermo e poi gli enormi interessi nel settore del movimento terra e delle grandi opere.

La valanga di denaro della droga cambia questi scenari e anche il tenore di vita di molti palermitani che accettano la strage di innocenti dell’eroina in cambia di un flusso incontrollato di ricchezza (come racconta Piero Melati nella Notte della civetta). Ma soprattutto in quegli stessi anni sta cambiando il panorama politico: in Italia si sta marciando verso un’intesa tra due forze che

sino ad ora sono state molto lontane la Dc di Moro e il PCI di Berlinguer. In Sicilia è Piersanti Mattarella che vede nella strategia del suo riferimento nazionale, la possibilità di sperimentare a Palazzo dei Normanni questo tipo di apertura. Ma proprio Mattarella è una delle prime vittime di quella lunga serie di omicidi politico-mafiosi, il sei gennaio del 1980.

Ma cosa accade dentro Cosa nostra in quegli stessi anni? Buscetta che ha svelato l’esistenza della Cupola, racconta anche che a un certo punto sembra che ci fossero due anime. Il boss dei due mondi non dà interpretazioni politiche, quindi possiamo solo fare supposizioni. In questo scenario
possiamo ipotizzare che una fosse per la prosecuzione del tradizionale rapporto contiguo alla politica (Bontade, il cui padre resta famoso per aver preso a schiaffi un deputato dell’Ars) e un’altra invece favorevole all’intervento diretto per condizionare anche drammaticamente le scelte ed opporsi persino fisicamente all’ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni (Riina e Provenzano) ma che forse scelta più che interna al clan fosse condizionata da interventi di intelligence con operazioni di infiltrazione o di “allevamento” nei servizi

È possibile ipotizzare che questo rapporto sia nato e che si sia poi consolidato nell’operazione di trasferimento delle raffinerie di droga nelle mani di Cosa nostra: il denaro della droga in cambio di interventi mirati sullo scenario politico che se al nord è condizionato dal terrorismo politico, al Sud potrebbe esserlo da quello mafioso. In pratica l’altra faccia della strategia della tensione. Postilla: certezza di immunità (impunità) giudiziaria che di fatto è stata garantita sempre alle cosche uscite quasi indenni dai processi (Catanzaro, Bari) mentre lo stesso è avvenuto in gran parte anche per i terroristi neofascisti tra latitanze, assoluzioni o inchieste infinite (piazza Fontana). Questo, dunque, potrebbe essere il nuovo scenario quando si parla di non solo mafia nella serie di delitti e stragi che arrivano sino a Capaci e via D’Amelio? Cosa c’è che fa da supporto, che può sostenere in modo concreto questa ricostruzione? Domande a cui è difficile dare risposte precise o quantomeno derivanti da sentenze, da verità giudiziarie acquisite. Se partiamo dalla fine, cioè dalla strage Borsellino le presenze di uomini dei servizi segreti sono documentali.
Se partiamo dall’inizio, la ricostruzione di alcuni delitti, in particolare Mattarella e La Torre contengono elementi che portano al terrorismo politico e alla possibile partecipazione di soggetti estranei alla mafia e anche stranieri.

In conclusione la mafia (Cosa nostra) ha avuto per anni un potere rilevante nelle vita politica cercando di condizionare le scelte ma senza andare ad uno scontro diretto con le istituzioni (due eccezioni in quasi 100 anni l’uccisione del poliziotto Usa Joe Petrosino e del procuratore di Palermo Pietro Scaglione). Poi qualcosa è cambiato con la guerra fredda, con il pericolo dell’URSS che produce una forte strategia anticomunista al cuiu centro sta la difesa a tutti costi dell’Italia nel recinto atlantico, vedi Gladio e con la risposta Usa che ha visto nella installazione dei missili Cruise a Comiso come un passaggio fondamentale per ribadire la sua influenza sull’Italia.
In questa situazione internazionale mentre il quadro politico nazionale va verso l’evoluzione del centro sinistra con l’avvicinamento al PCI di Berlinguer da parte di Moro, si scatenano il terrorismo politico al nord e quello mafioso al Sud. Al nord i pericoli sono la gestione del post Sessantotto e la deriva proletaria nelle grandi città operaie, al Sud i cattolici sociali che con Mattarella sono pronti alla nuova alleanza e i comunisti come Pio La Torre che, alla tradizione della lotta alla mafia, adesso si oppongono anche ai missili Usa a Comiso. Nella società civile, infatti, si affievolisce la capacità di condizionare l’opinione pubblica in chiave anticomunista: una prova sono le decine di pubblicazioni (settimanali, mensili, quotidiani), la maggior parte di destra che fanno di Palermo una delle città più vivaci da questo punto di vista sino all’inizio degli anni Settanta. Poi quando l’evoluzione della politica nazionale ha imboccato una strada che la diga di carta non può più contenere, quasi tutti questi giornali chiudono a cavallo degli anni ‘70 e ‘80.

La resistenza al cambiamento da intellettuale e ideologico si trasforma in pratica del terrore? Non è un passaggio semplice da spiegare e soprattutto da provare. La strategia è governata da quei servizi segreti che cercando di condizionare la vita politica di alcuni stati (dal Cile alla Colombia, per non parlare del Medio Oriente) strumentalizzano gruppi politici o si accordano con quelli criminali per attuare le loro dinamiche e raggiungere i loro obiettivi anche attraverso omicidi eccellenti o clamorose stragi? Impossibile rispondere con certezza. Ma sarebbe la spiegazione del perché la stagione del piombo politico e mafioso resta avvolta, in parte o in toto, nel mistero, lasciando senza verità alcune delle pagine più oscure del nostro dopoguerra.

Se il segreto di Stato continua a coprire la verità su molti di quegli avvenimenti che hanno indirizzato la storia del nostro Paese e della Sicilia, a cominciare dalla strage di Portella della Ginestra, è dunque possibile credere che si tratta di responsabilità inserite in uno scenario che non è compreso tra Ciaculli e Corleone o tra Santa Maria di Gesù e Cinisi ma che coinvolge da Roma a Washington, passando da Mosca, scelte politiche e interessi economici mondiali.

La Fiction in Televisione nel Premio nazionale Paolo Borsellino

C’è l’eterna lotta tra Polizia e Camorra al centro della versione ridotta di Sotto copertura, la cattura di Iovine, la mini serie che Rai 1 ha messo in onda sabato in prima serata.

Concentrata in un’unica puntata, la prima stagione della fiction racconta della cattura di Antonio Iovine, detto “o’ninno“, boss del clan di camorristi di Casal di Principe, il camorrista più ricercato d’Italia, killer feroce prima, spietato uomo d’affari dopo, che continua a gestire loschi traffici dal suo inaccessibile bunker, protetto da una rete di fedelissimi.

Tensione e colpi di scena rendono avvincente il racconto che, basandosi su fatti romanzati, porta in scena l’impegno e le difficoltà superate dalle forze dell’ordine per mettere a segno l’arresto del boss super-latitante Antonio Iovine, che nel 2010 fu un bel colpo assestato alla malavita campana. Una storia di cronaca vera raccontata a beneficio della speranza di giustizia e in onore dei reali artefici di quella cattura che permise di togliere dalla circolazione un dei principali artefici del malaffare locale. Iovine, insieme a Michele Zagaria e Francesco Schiavone, era il principale boss dei camorristi del clan dei Casalesi. E ora è un collaboratore di giustizia.

Il commissario della Fiction Rai Michele Romano è ispirato al commissario Vittorio Pisani. L’operazione fu condotta dal Procuratore della DDA di Napoli Antonello Ardituro. Il processo “Spartacus” dove i casalesi vennero condannati all’ergastolo fu condotto dal Procuratore Roberto Cantone.

Iovine si pentì davanti al Procuratore Federico Cafiero De Raho che lo inchiodò all’ergastolo. Il politico minacciato di morte è Lorenzo Diana. I giornalisti da uccidere Roberto Saviano e Rosaria Capacchione.
Tutti questi poliziotti, magistrati e giornalisti sono stati ospiti e premiati del Premio nazionale Paolo Borsellino nel 2011 e 2012 raccontando la verità su quegli episodi.

Don Peppino Diana è morto martire

Don Peppino Diana è morto martire per l’amore del suo popolo. Lui è il martire dell’amore. Don Giuseppe Diana, il prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 per aver scritto un documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo”.

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo rompere una tradizione di silenzio della chiesa.

Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994, poco dopo le 7,20 del mattino, nel giorno del suo onomastico. Fu ucciso nella sua chiesa, la parrocchia di San Nicola di Bari. Gli spararono contro quattro colpi di pistola mentre si preparava per celebrare la messa.

Aveva 36 anni. arriva prima del solito nella sua parrocchia. E’ anche il giorno del suo onomastico. Dopo la messa delle 7.30 ha dato appuntamento in un bar a diversi amici per un dolce e un caffè. Sulla porta il sagrestano lo saluta. In chiesa ci sono già alcune donne e le suore. C’è anche Augusto di Meo ad aspettarlo, il suo amico fotografo.
Vuole essere tra i primi a fargli gli auguri per il suo onomastico. Ma ad aspettare don Peppe c’è anche un’altra persona. E’ sul piazzale della chiesa, in auto. E’ un uomo con meno di 40 anni con un giubbotto nero e capelli lunghi.
Appena vede il prete entrare, scende. Si guarda intorno, mette la pistola nella cintura e si avvia a passo deciso verso la sagrestia. Don Peppe, intanto, mentre comincia ad indossare i paramenti sacri, sta ancora concordando con il suo amico fotografo il da farsi per vedersi dopo la messa.

Ed ecco che entra l’uomo col giubbotto. “Chi è don Peppe?”, chiede lo sconosciuto. Don Diana si gira e risponde: “Sono io”.
L’uomo tira fuori la pistola dalla cintola e spara quattro colpi, al volto e al petto. Per don Peppe, che cade in una pozza di sangue, non c’è niente da fare. Muore a 36 anni il
prete che aveva osato sfidare apertamente la camorra dei casalesi.  Il killer si dilegua.

Ad aspettarlo ci sono dei complici con l’auto del motore acceso. Augusto, il fotografo
amico di don Diana invece, corre dai carabinieri a denunciare l’accaduto. Sarà lui a riconoscere in Giuseppe Quadrano il killer di don Diana.
Per l’uccisione di don Giuseppe Diana, il 4 marzo 2004, la Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti quali coautori dell’omicidio, mentre ha riconosciuto come autore materiale dell’omicidio il boss Giuseppe Quadrano condannandolo a 14 anni, perché collaboratore di Giustizia.  Decisiva la testimonianza di
Augusto Di Meo. 

Quanto ai mandanti, la giustizia ha accertato che la morte di don Diana venne ordinata dalla Spagna, dal boss Nunzio De Falco detto “’o Lupo”, con l’intento di colpire il clan
Schiavone – Bidognetti.  Ma prima della sentenza definitiva, ci sono stati vari tentativi di infangare la memoria di don Giuseppe Diana.
Tentativi che iniziarono sin dalle prime ore dopo la sua morte, quando venne fatta circolare la voce che era stato ucciso per vicende di donne. A queste voci seguirono vere e proprie campagne denigratorie con articoli apparsi sul “Corriere di Caserta” che avevano l’obiettivo di delegittimare non solo la figura di don Diana, ma soprattutto il suo forte messaggio lanciato dagli altari delle chiese della Foranìa di Casal di Principe, a Natale del 1991, con il documento “Per amore del mio popolo”. Un messaggio dirompente contro la cultura camorristica e criminale, nato nel cuore di quella che lo stesso don Diana definiva la “dittatura armata” della camorra.

Don Peppino Diana è morto martire per l’amore del suo popolo. Lui è il martire dell’amore. Don Giuseppe Diana, il prete ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 per aver scritto un documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo”.

Don Peppino era veramente un prete valoroso, perché sapeva amare la gente. Si, perché il prete vero non è quello che vediamo in chiesa a

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo
rompere una tradizione di silenzio della chiesa. In questo ha dimostrato coraggio, visione, volontà. Lo dimostra il fatto che dopo tanti anni è considerato un punto di riferimento.
Contro di lui prima una campagna diffamatoria, poi lasciato solo in una condizione che sembrava di disperazione umana. Però oggi il suo sogno, è la nostra frontiera. dire la messa, in mezzo a mille liturgie e a mille processioni.

Il prete genuino è colui che, come Cristo, cammina su tutte le strade del mondo per guarire ogni genere di infermità e di malattie. Don Diana, anche come credente, era un autentico prete, genuino, lanciato, appassionato.

Don Peppino Diana è una di quelle figure che rappresentano il riscatto del sud. Ha saputo
rompere una tradizione di silenzio della chiesa. In questo ha dimostrato coraggio, visione, volontà. Lo dimostra il fatto che dopo tanti anni è considerato un punto di riferimento.
Contro di lui prima una campagna diffamatoria, poi lasciato solo in una condizione che sembrava di disperazione umana. Però oggi il suo sogno, è la nostra frontiera.

La camorra è una forma di terrorismo che sradicheremo. La cultura di morte non prevarrà sul desiderio di una società più giusta e più ricca di opportunità. Questo giorno di
memoria è un giorno di impegno e di responsabilità. Le istituzioni devono rispondere alla domanda di giustizia che sale dalle numerose vittime innocenti, dalle famiglie, dalle persone a cui il crimine organizzato continua a rubare il futuro. Ma tutta la società civile, a partire da ciascuno di noi, è chiamata a fare la propria parte, seguendo la strada
indicata da persone come don Giuseppe.

Diversamente dagli altri anni, nessuna marcia o manifestazione di piazza, per ricordare il sacerdote ucciso dalla  camorra, ma una riflessione collettiva sullo stato della lotta alla camorra.  Una chiamata a raccolta del mondo dell’antimafia per tracciare un percorso  di impegno civile per i prossimi dieci anni.
La camorra come l’abbiamo conosciuta negli anni passati, ormai non esiste più ma questo non significa che la camorra sia scomparsa. Non sappiano sotto quali forme emergerà
l’evoluzione del fenomeno camorristico.

Roberto Ricci testimone del Premio Borsellino per la Giornata Nazionale in ricordo delle vittime delle mafie

Roberto Ricci, capo della sezione emergenze dell’ufficio dell’alto commissariato dei diritti umani dell’ONU (OHCHR). Asia, Ruanda, Palestina, Congo, Nepal, Uganda e Kyrgyzstan, Guinea sono solo alcuni dei Paesi dove ha condotto e supervisionato una serie di complesse indagini sui diritti umani e istituito e sostenuto diverse commissioni d’inchiesta internazionali su mandato delle Nazioni Unite.

Roberto Ricci, con il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, è uno dei due testimoni scelti dal Premio Borsellino per la Giornata  nazionale della memoria e dell’impegno  a cui il Premio Borsellino aderisce fin  dalle prime edizioni, per far vivere agli studenti italiani che vorranno collegarsi sulla piattaforma educativa “Officina legalità” un momento di memoria e impegno, in piena sicurezza.

La cultura della memoria e dell’impegno, che in questo anno di pandemia è stata spesso penalizzata e messa ai margini, ritenuta non essenziale, ma che è fonte primaria per l’evoluzione umana,  capace di svegliare le coscienze, seminare responsabilità e generare partecipazione, è l’ingrediente fondamentale per la lotta alle ingiustizie, alla indifferenza, alle mafie e alla corruzione, scintilla di memoria e impegno sociale.

Per  la Giornata della memoria e dell’impegno 2021 il  Premio nazionale Paolo Borsellino, e l’Officina legalità, dedicano il loro impegno agli ultimi, a più fragili, a tutte quelle persone in difficoltà che si sentono sopraffatte, ai diritti umani e civili,  che sono punti fondamentali nell’Educazione dei giovani

Dalle ore 9,00 di Venerdi 19 marzo, sulla piattaforma educativa www.officinalegalita.it  per tutti gli studenti italiani sarà visibile l’intervista a Roberto Ricci.  

Dalle ore 9,00 di sabato 20 marzo sarà visibile l’intervista al Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.

Da EUKOWENS.IT

Più di 24.000 studenti visualizzano i video del Premio Borsellino per l’8 marzo

“Siamo molto felici che ci avete scelto, siamo certi di aver fatto il nostro meglio per essere all’altezza della vostra attenzione e delle tante riflessioni che molti studenti hanno condiviso in classe con i loro insegnanti…e questo è ciò che continueremo a fare”.

Il progetto “Officina legalità” del Premio nazionale Paolo Borsellino , con il patrocinio del Miur,  ha realizzato per l’8 marzo uno “speciale diritti delle donne”, che ha portato 4  testimonianze di donne  in tutte le scuole abruzzesi e italiane,  contro quella che è una vera e propria strage a cui si aggiungono le violenze quotidiane: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate, umiliate, svalorizzazione, controllate ed intimidite, private o limitate nell’accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia. Sono madri, figlie, sorelle, amiche, fidanzate, simbolo di una violenza infinita. Le donne subiscono minacce, sono spintonate o strattonate , sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi, subiscono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici.

Insieme al video della giovane Valeria Di Martino che ha sintetizzato il lungo percorso compiuto dalla storia dei diritti delle donne dagli albori fino a la senatrice Segre,  il percorso di “Educazione civica e alla Legalità” del Premio Borsellino Officina Legalità ha alternato “Individualità e Testimonianze” di tre donne fortemente impegnate nella difesa dei diritti: Andrea Catizone, Direttrice del Dipartimento Pari Opportunità di ALI- Autonomie Locali Italiane. giurista, specializzata in diritto di famiglia e diritti dei minori a livello internazionale. presidente di Family Smile e dell’Osservatorio sulle famiglie, editorialista su questioni attinenti il Diritto di famiglia; Tania Bonnici Castelli giornalista e Presidente del Comitato Pari opportunità di Teramo; Anna Di Paolantonio artista  da anni impegnata in difesa del mondo femminile e e autrice dello spettacolo Amori Amari” .

Dire basta è un dovere morale, civile e umano.  Per questo è importante che un giorno di festa come l’8 marzo  duri tutto l’anno. Con  un impegno educativo costante e coerente che non può fermarsi alla mezzanotte, come la festa di Cenerentola.

Attraverso il contenitore Didattico Web “Officina Legalità”,   nato in collaborazione con il  Miur , ideato e promosso Gabriella Sperandio, Monica Mariani e Graziano Fabrizi del Premio Borsellino, queste testimonianze e interviste sono entrate nelle scuole di tutta Italia  favorendo quel cambiamento di comunicazione nel quale tutti ci siamo ritrovati, soprattutto gli studenti impegnati nella conclusione dei percorsi di cittadinanza e costituzione utili per lo svolgimento degli esami di maturità ma soprattutto per realizzare un mondo migliore per tutti, dove l’otto marzo sia tutto l’anno.

24.344 studenti e/o cittadini, nell’ambito delle ore di educazione civica in dad, o liberamente, hanno visualizzato queste video testimonianze, a riprova della voglia di approfondimenti e impegno quando gli studenti vengono stimolati nel modo giusto e da persone credibili.

@EUKONEWS

Giornata Internazionale della Donna: 8 marzo Scuola

Siamo contenti di condividere con te alcune riflessioni sulla Giornata Internazionale della Donna, con un Obiettivo importante: ricordare a noi stessi e a tutti i Giovani studenti che non possiamo migliorare il nostro contesto con le battaglie “contro” ma, solo con delle azioni concrete “a favore”, a favore di quello che desideriamo, nel rispetto delle nostre e delle altrui sensibilità.
Insomma, finché vivremo lottando “contro” e non muovendoci “verso”, sarà difficile vivere nel rispetto dell’Individualità.
Per questa ragione, attraverso Officina Legalità abbiamo voluto dedicare tre preziose testimonianze, da parte di tre personalità, per onorare l’8 Marzo.
Tra le personalità che abbiamo intervistato:
Andrea Catizone – Avvocato
Tania Bonnici Castelli – Presidente Pari Opportunità di Teramo
Anna Di Paolantonio – Ideatrice dello spettacolo di teatro civile “Amori Amari”
Gli interventi saranno disponibili dal 02 marzo
Vogliamo dedicare il nostro impegno a tutte quelle persone, uomini e donne, che hanno la voglia di incontrarci qui, per vincere nei Diritti Civili, per vincere laddove è la Libertà il valore supremo di ogni individuo, per vincere soprattutto nell’Educazione dei giovani e lasciarci migliori di come ci siamo incontrati. Per noi, è importante muoverci verso questa direzione e siamo felici di portarti con noi🖖
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Il Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini

La famiglia del Premio Borsellino piange la scomparsa del Presidente Franco Marini, dal 2000 al 2012 grande protagonista delle nostre iniziative. Se ne va con lui un pezzo, ancorché significativo e di grande qualità, della storica tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese.

Franco-MariniUn filone ideale che ha accompagnato e arricchito la crescita e il consolidamento della democrazia nel nostro Paese e che ha partecipato attivamente, attraverso i suoi leader, ad affrontare e a sciogliere i nodi politici più difficili che si affacciavano di volta in volta all’attenzione dell’agenda politica italiana. E Franco Marini queste sfide e queste difficoltà le ha vissute e affrontate con la schiena dritta, da abruzzese, sempre da protagonista e da combattente. Com’era, del resto, il suo carattere. Ruvido ma profondamente e autenticamente umano. Disponibile al dialogo e al confronto senza mai assumere atteggiamenti dettati da una valenza ideologica o riconducibili a una chiusura pregiudiziale. Era simpaticamente definito come “lupo marsicano” a conferma del suo radicamento territoriale e dell’amore per la sua terra d’origine, l’Abruzzo. Ma anche, e soprattutto, per richiamare la coerenza, la bontà e la solidità del suo carattere.

Franco-MariniFranco Marini però, al di là del suo lungo e ricco magistero sindacale, politico e istituzionale, è stato anche e soprattutto un solido punto di riferimento della tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro Paese. E proprio il protagonismo politico, sociale, culturale e istituzionale dei cattolici popolari non poteva prescindere dal suo apporto, dalla sua storia e dal suo esempio concreto e tangibile. Sempre all’insegna dei valori e della cultura del cattolicesimo democratico. Una “bussola nella tempesta” per citare il titolo di uno dei suoi tanti editoriali. E Franco Marini, per molti anni, è stato veramente un bussola decisiva per l’impegno politico concreto dei cattolici popolari e dei cattolici democratici nella società. Aiutato, certo, anche dal suo carattere e dalla sua indole.

Franco-MariniUn uomo schietto, coerente, dove la mediazione non era mai un cedimento al ribasso ma lo strumento per raggiungere un obiettivo che aveva nella difesa e nella promozione dei ceti popolari il suo naturale epilogo politico. Era un uomo che puntava alle scelte concrete. La sua formazione culturale, ma soprattutto il suo apprendistato sociale, non potevano sfociare mai in dissertazioni astratte o virtuali. Al centro di ogni riflessione e di ogni discussione c’era sempre la sottolineatura dei bisogni, delle istanze, delle domande e quindi della difesa dei ceti popolari. Un filo rosso che ha segnato la sua vita, il suo impegno sociale e politico, la sua presenza nelle istituzioni e anche e soprattutto il suo stile di vita. Ecco perché il magistero di Franco Marini non si ferma oggi. Prosegue. Va avanti. La sua testimonianza ricca di valori, di scelte, di cultura politica e di azione concreta richiedono un rinnovato impegno dei cattolici democratici e popolari nella società contemporanea. E anche per ricordare il suo “coraggio”. Perché Franco Marini era soprattutto un uomo coraggioso. Le sue scelte nelle diverse fasi storiche, concrete e sempre ispirate al cattolicesimo democratico, popolare e sociale, fanno di Franco Marini un punto di riferimento insostituibile per chi vuole continuare a testimoniare questa cultura e questi valori nella cittadella politica italiana attuale. Addio Franco, ci mancherai.

Onorare la Giornata della Memoria, appuntamenti per parlarne in classe

Vogliamo rendere migliore questa giornata perché è importante ricordare, quindi continuiamo con il nostro impegno con le attività del Premio nazionale Paolo Borsellino “tutto l’anno”, attraverso la collaborazione dell’I.I.S. V. Moretti di Roseto degli Abruzzi e l’IPSSEOA F. De Cecco di Pescara e attraverso il portale didattico Officina Legalità.

Tutti gli appuntamenti saranno in Streaming presso gli istituti indicati e vedono la partecipazione diretta di:
Andrea Sangiovanni – Docente di storia contemporanea UniTe
Luigi Guerrieri – Avvocato, Avvocato, studioso di storia contemporanea
Massimo Balloni – Docente di Religione Cattolica

Gli interventi di
Lia Tagliacozzo – Autrice del libro “La generazione del deserto”
Massimiliano Smeriglio – Europarlamentare, esperto dei Diritti Umani

Sono disponibili per tutti gli Istituti Scolastici sul portale didattico accedendo a
🔗 www.officinalegalita.it

Giornata della Memoria: Lia Tagliacozzo ospite di “Officina Legalità” nell’ambito del Premio Borsellino tutto l’anno

La scrittrice, Lia Tagliacozzo  sarà Online il 27 gennaio per le iniziative della nostra “Officina Legalità” per onorare il valore della Giorno della Memoria.

L’intervento sarà disponibile, per tutti gli studenti, accedendo al portale didattico www.officinalegalita.it

Era ill 10 gennaio, durante una presentazione ONLINE del libro “La generazione del deserto”  nel quale Lia Tagliacozzo ricostruisce le vicenda della sua famiglia di ebrei romani durante la Shoah, un gruppo di disturbatori è riuscito a intromettersi con insulti, slogan nazisti e immagini di croci uncinate.

Se ne è parlato molto, anche se, commenta l’autrice, “è uno stupore che un po’ mi stupisce”. A vent’anni esatti dalla prima celebrazione del Giorno della Memoria, i segnali di antisemitismo e, più in generale, di intolleranza tornano a manifestarsi con frequenza inquietante.

Purtroppo le celebrazioni del Giorno della Memoria sono state funestate da atti di vandalismo, intimidazioni, oltraggi. Qualcuno ha addirittura preteso che esistesse un rapporto di causa-effetto, come se l’intolleranza fosse l’esito di un eccesso di memoria. Non è affatto così e non solo perché l’antisemitismo è sempre esistito, appunto, ma anche perché è mutato e continua a mutare nel tempo, sollecitato da fattori diversi, di natura politica e sociale. Proprio per questo occorre soffermarsi ancora ad ascoltare la voce dei testimoni, i cui racconti costituiscono una risorsa irrinunciabile per la ricerca storiografica. La persecuzioni degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale è molto studiata, è vero, ma a un certo punto mi sono resto conto che i momenti cruciali dell’arresto, del viaggio nei treni blindati e dell’arrivo nei lager non erano ancora stati approfonditi. E per capire che cosa accadesse in quelle giornate terribili non si può fare altro che affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti.