tizianLa ‘ndrangheta come non l’avete mai letta. Non la cronaca distaccata del giornalista che cerca di descrivere la mafia calabrese, non l’analisi fredda degli atti giudiziari ma il racconto di una vita segnata dalla ferocia delle cosche. In “La nostra guerra non è mai finita” (in libreria per Mondadori) Giovanni Tizian, cronista de “l’Espresso”, intreccia i suoi ricordi con la ricostruzione dell’ascesa dei nuovi baroni del crimine. Affronta senza retorica pagine dolorose: l’omicidio del padre, funzionario di banca assassinato in un delitto rimasto irrisolto; la distruzione della fabbrica dei nonni che non si erano piegati al racket; il trasferimento in Emilia e la scelta di dedicarsi al giornalismo d’inchiesta. Ma anche al Nord ormai i clan hanno messo radici: i suoi articoli sulla “Gazzetta di Modena” spingono i boss a progettare di «sparargli in bocca» e Tizian finisce sotto scorta. Nel libro la memoria diventa lo strumento per far capire cosa sia realmente il potere della ‘ndrangheta, con una formula narrativa molto efficace che riesce a trasportare il lettore nella dimensione dei paesini dove è nato questo impero criminale. Ecco uno stralcio del capitolo dedicato alla guerra dello Stato contro i sequestri di persona, la sorgente iniziale dei tesori delle cosche.
Non tornavo a Bovalino in dicembre da troppo tempo. Ormai abituato agli inverni emiliani, freddi e umidi, mi sento un po’ spaesato in questo tepore che sa di salsedine e ti invita a uscire per passeggiare in silenzio e riflettere. Sono gli odori, soprattutto, a riportarmi indietro nel tempo: un lieve sentore di legna bruciata nei camini che si mescola alla fragranza di arance e mandarini, di pane fatto in casa.
Gli inverni in Calabria sono dolci. La neve s’intuisce sulle cime dell’Aspromonte, di rado arriva sulle colline. E mentre cammino solitario, il ricordo di una nevicata lontana nel tempo mi riempie di malinconia.
Quasi sperso fra strade che pure conosco a memoria, mi ritrovo improvvisamente di fronte allo sfacelo di quello che è stato l’hotel Orsa, sul corso principale del paese. Sorto negli anni Sessanta sulla spinta di un promettente inizio di sviluppo turistico, adattato negli anni bui dei sequestri a caserma per poliziotti, esercito, battaglione speciale dei carabinieri. Metafora di un tempo traditore che qui scorre al contrario: dal boom economico a un medioevo di violenza e ferocia senza fine che ha il volto spietato della ‘ndrangheta.

Io conosco solo questa Bovalino.

Nato nel 1982, negli anni dominati dall’Anonima sequestri, del famoso albergo sul corso principale ho conosciuto la decadenza. Da bambino giocavo con Giuseppe e altri amici nella villa comunale, che sorgeva accanto alla struttura ormai occupata dall’esercito. Tiravamo calci a un pallone o guardavamo incuriositi i pochi pesci rossi superstiti in una vasca abbandonata. Lanciavamo occhiate impaurite agli uomini armati, chiedendoci in quale strano gioco fossero intenti. E se la palla sfuggiva dai confini della villa, facevamo la conta per stabilire chi fosse lo sfortunato a cui toccava andare a recuperarla. Quando toccava a me, il cuore mi batteva forte e camminavo a testa bassa per timore di incrociare gli sguardi dei soldati.

Vivevamo nella paura senza sapere quale fosse il vero nemico. Mia madre e Teresa vigilavano, sedute su una panchina un po’ distante, due figurette giovani vestite di colori vivaci. Quell’eterna ragazza che è mia madre, unico rifugio dalle mie paure.

L’occupazione militare è il segno di un luogo di frontiera, e Bovalino lo è stato per lungo tempo. Ma quella poliziesca è stata solo la conseguenza di un’occupazione ben più corrosiva da parte di un’organizzazione che oggi è ramificata in tutto il mondo.
È da centocinquant’anni che le truppe della ‘ndrangheta hanno militarizzato la Calabria. Hanno ucciso, saccheggiato, trafficato, sequestrato. Le ‘ndrine non si sono fatte scrupoli, a dispetto di quanto raccontano le leggende sull’onore della famiglia Montalbano o della Picciotteria, come veniva chiamata la ‘ndrangheta nell’Ottocento.

Le teorie sulla bontà della ‘ndrangheta antica sono ancora oggi numerose e molto in voga. C’è chi individua nella storia della mafia calabrese uno spartiacque e racconta una favola che suona più o meno così: c’era una volta l’uomo d’onore, che viveva nel rispetto e del rispetto del paese, ma fu scacciato da boss spregiudicati, spinti dall’avidità e dalla sete di denaro. Che i vecchi capibastone regolassero i conflitti interni alla comunità, sostituendosi alla legge e allo Stato, è vero, ma non lo facevano certo in nome di una giustizia sociale. Anche loro erano avidi di consenso e di potere. E per chi non si piegava c’era la violenza o la morte. Signorotti senza legge e senza umanità, vessavano e dissanguavano i poveri cristi, mentre stringevano alleanze con i potenti.

L’occupazione mafiosa c’è sempre stata, in passato con l’Onorata società e oggi con la ‘ndrangheta transnazionale. Un’organizzazione che si è mondializzata a piccoli passi. I sequestri di persona sono stati per i clan della Locride quello che la catena di montaggio è stata per il capitalismo. L’accumulo di denaro è iniziato con l’industria dei sequestri. Nel loro “Dimenticati”, i giornalisti Danilo Chirico e Alessio Magro scrivono che dal gennaio 1969 ai primi mesi del 1998 in Italia i rapiti sono stati 694: 81 sono morti e di soli 27 si sono trovati i resti. La Lombardia, già negli anni Settanta invasa dalle cosche della ‘ndrangheta, detiene un macabro record: 158 rapimenti. Segue la Calabria con 128 (117 solo in provincia di Reggio). Poi la Sardegna (107), il Lazio (64), il Piemonte (39) e la Toscana (26). Ebbene, un terzo del totale porta la firma delle ‘ndrine calabresi. Numeri impres- sionanti per un Paese democratico e civile. Ogni sequestro, un riscatto: circa 400 sono stati i miliardi estorti. La metà dei quali ha ingrassato i padrini dell’Aspromonte.
A ritmo incessante si sono susseguite le imboscate degli uomini della ‘ndrangheta per catturare imprenditori, figli di industriali, medici, farmacisti. Fino agli anni Ottanta, quando è stato raggiunto l’apice; poi i sequestri sono diminuiti e, infine, cessati a metà degli anni Novanta.
In quel periodo terribile, Bovalino, la Locride e la provincia di Reggio Calabria erano al centro della notizia. Telecamere e macchine della Rai sostavano nelle piazze o davanti alle case. Nel mio paese, la piazza di fronte alla chiesa era illuminata dai riflettori delle dirette televisive, e al mio sguardo di bambino sembrava uno stadio che attende l’ingresso dei giocatori. Tutta quell’attenzione e quel trambusto nelle strade del paese mi davano un brivido di eccitazione, che però si mescolava all’apprensione che percepivo negli adulti: nel viavai degli amici a tarda sera, nelle parole sussurrate e nei volti tesi. Ero piccolo e i discorsi dei grandi mi sfuggivano, ma era impossibile non avvertire la preoccupazione, l’ansia, l’incertezza.
Quando mi sedevo in braccio alla nonna davanti al camino, le domandavo il perché dei riflettori, delle telecamere, e lei, che conosceva i nomi di tutti i giornalisti impegnati nella Locride, mi abbracciava e mi parlava come se fossi adulto; mi spiegava che erano lì perché le persone rapite che avevamo visto alla tv forse erano tenute nascoste sui nostri monti e bisognava fare tutto il possibile affinché venissero liberate. «È successo anche ai nostri amici, sai? Eri piccolo, avevi tre anni. Non puoi ricordare.» Si riferiva al sequestro del farmacista del paese, Giuseppe De Sandro, amico di famiglia.
C’erano giornalisti bravi e meno bravi. Quelli che aspettavano la notizia, che cercavano i fatti, e quelli che inseguivano con ferocia lo scoop. Da mostrare a un’Italia terrorizzata da una banda di selvaggi criminali dall’accento duro e dai modi rudi. Ignara che presto, con quegli stessi banditi, avrebbe concluso affari vantaggiosi e che eminenti politici, alla ricerca di voti, ci avrebbero cenato insieme. Gli italiani non immaginavano che avrebbero diretto le loro Asl e costruito le loro case, le autostrade, gestito discoteche e ristoranti.
Nella Locride si aggiravano anche personaggi ambigui, inviati da chissà quale grumo di potere per trattare con i rapitori. E uomini armati, con mimetiche e anfibi neri sporchi del fango dell’Aspromonte, alla ricerca dei sequestrati, nascosti nei covi scavati nelle nostre montagne. Ostaggi sepolti vivi sotto le frasche che celavano una voragine trasformata in tana. Nella cronaca dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la mia terra assomigliava a un paese in guerra. Da una parte lo Stato, timido e impacciato, dall’altra un esercito organizzato e pronto a tutto. E in mezzo noi, legati al nostro destino, i veri sequestrati nella patria dei sequestratri. Un inferno senza via di fuga. Isolati da un’informazione sensazionalistica, fatta di approssimazione e stereotipi, che ci trattava come animali esposti allo zoo.

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