La mia vita all’ombra del mare

La mia vita all’ombra del mare (Raffaello Ragazzi) è il primo romanzo per ragazzi della scrittrice Simona Dolce e racconta la lotta di Pino Puglisi contro la mafia attraverso gli occhi di Salvatore, uno dei “suoi” ragazzi.
Una storia vera, come ricorda una lettera di Maria Falcone, sorella del magistrato Giovanni Falcone, posta in conclusione del libro.

Salvatore è un ragazzino come tanti: ama il mare, il calcio e gli amici. Cresce però in una realtà difficile e si pone tante domande su Brancaccio, il quartiere in cui vive, e su 3P, padre Pino Puglisi, il sacerdote che non si arrende alle minacce e prosegue con coraggio per dimostrare ai suoi ragazzi che l’onesta è ancora possibile. La mia vita all’ombra del mare è un romanzo che descrive le pieghe sottili attraverso cui la mentalità mafiosa può insinuarsi nel tessuto sociale e racconta il coraggio di coloro che, come don Pino Puglisi, hanno combattuto questa mentalità a costo della vita.
Salvatore ha un fratello, e un giorno durante un litigio sente il padre chiamarlo “mafioso”. Sa che cosa significa questa parola, ma allo stesso tempo non riesce a ricondurla a suo fratello. Si trova spaesato e confuso, è pieno di dubbi, ma in Don Pino Puglisi trova una guida, capace di insegnargli il valore delle regole, la differenza tra il bene il male, il valore della libertà. Il prete verrà infine ucciso da Cosa Nostra nel 1993, il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Sarà in seguito riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa come il primo martire ucciso dalla mafia. Ma la sua battaglia non ha avuto fine con la sua morte.

Il volume si conclude con una lettera di Maria Falcone, Presidente della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, che riassume l’insegnamento che viene dalla storia di Salvatore, con queste parole: “Quella di Salvatore è una grande lezione di discernimento quotidiano che tutti i giovani sono chiamati a compiere. Come dico sempre ai ragazzi nelle scuole “scegliere da che parte stare” è una scelta che si rinnova di giorno in giorno sia nell’intenzione che, soprattutto, nelle azioni. Ma è soprattutto unendosi ad altri compagni che condividono gli stessi valori e gli stessi riferimenti che i nostri giovani non si sentono un peso troppo difficile da portare e imparano che vivere in un sistema di legalità è possibile. La mafia si può sconfiggere unendo le nostre forze in un impegno quotidiano”.

PIERGIORGIO MOROSINI A PESCARA

PESCARA
15 MAGGIO 2017
SALA “TINOZZI” Provincia di Pescara

Saluti
Alessandra Di Pietro – dirigente scolastico IPSSAR De Cecco

Intervengono
Piergiorgio Morosini – GIP di Palermo
Federica Chiavaroli – Sottosegretario di Stato alla Giustizia
Antonio Di Marco – Presidente della Provincia di Pescara

 

Intervista a Umberto Santino

Il 2017 è un anno ricco di ricorrenze per la storia dell’Italia legata alla lotta contro la mafia. Una buona occasione per fare un po’ di storia e non solo retorica memoria. Il 16 gennaio, la Camera dei Deputati ha già ricordato, a 90 anni dalla nascita, Pio La Torre, il segretario del Pci siciliano ucciso nel 1982. Il 1° maggio 1947, saranno settant’anni dalla strage di Portella della Ginestra, il primo mistero dell’era repubblicana fatto di 11 morti e 27 feriti, colpiti nel dì di festa.

Fa forse meno notizia, ma è un compleanno importante anche quello che si avvia a festeggiare con una serie di iniziative il «Centro di Documentazione Giuseppe Impastato» di Palermo. A presiederlo ci sono Umberto Santino e sua moglie Anna Puglisi, quarant’anni dedicati allo studio del fenomeno mafioso. Una parte della loro casa nel quartiere Libertà è la sede del Centro, il primo in Italia dedicato alla ricerca sulla mafia, nato nel 1977.

I nostri studi furono la base per il «paradigma della complessità»: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale

Gli anni ‘70 siciliani odoravano anch’essi di piombo e violenza. Nel ’70 era desaparecido Mauro De Mauro, nel ’71 trucidato il giudice Scaglione, nel ’72 ucciso il giornalista Giovanni Spampinato. Nel ’76 c’era stata la strage di Alcamo Marina. Nello stesso ’77 l’ex colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo sarebbe morto in un agguato. Nonostante l’esplosione del terrorismo mafioso, per la commissione antimafia, nel 1976, eravamo ancora di fronte a «una comune forma di delinquenza organizzata». Nei ranghi più alti della cupola, intanto, le famiglie storiche di Cosa Nostra (i Bontate, gli Inzerillo) erano minacciate dall’avanzare dei corleonesi. In pochi anni, Riina e soci le avrebbero sterminate. Il potere ai viddani. Gli storici lo chiamarono «colpo di stato».

Anni tristi, miserabili. Ma anche ricchi di speranza, di passioni, di utopie. Lottavano ancora insieme a noi Peppino Impastato, il commissario Boris Giuliano, i giudici Costa e Terranova, il giornalista Mario Francese. Per la prima legge antimafia, l’Italia aspettò il settembre del 1982. Portava la firma di Virginio Rognoni e Pio La Torre. Dalla Chiesa era stato ucciso dieci giorni prima.

Presidente Santino, volga lo sguardo al ’77. Cosa vede?
In quell’anno cominciammo con il convegno «Portella della Ginestra: una strage per il centrismo». Nella nostra analisi quella strage non era un fatto locale ma si inseriva in un contesto più ampio. L’allarme per la vittoria delle sinistre alle regionali del 20 aprile innescò l’uso politico della violenza, ponendo fine ai governi antifascisti nati nel ’44 e dando il via al potere democristiano. Di quei giorni, rivedo i volti di chi non c’è più: Nicola Gallerano, Vittorio Foa, Lisa Giua, Claudio Pavone. Scomparse che lasciano il segno.

Cosa ricorda del clima politico della Sicilia di quei giorni?
Gli anni ’70 videro lo sviluppo e la fine dei gruppi a sinistra del Pci. Io ero al Manifesto. Nel ’77 cominciò il riflusso: autopensionamento per molti militanti, lotta armata per altri. Un disastro collettivo. Palermo era dominata dalla Dc. Con gli omicidi «eccellenti» la mafia dava segnali inquietanti, avviandosi alla guerra degli anni ’80. Era una realtà in evoluzione ma sopravvivevano vecchi schemi. Per il delitto Impastato, ad esempio, si parlò di un fatto anomalo per essere catalogato come delitto mafioso.

Chi fondò il Centro?
Io e Anna. Con noi c’erano magistrati, fotografi (Letizia Battaglia, Franco Zecchin), ma alcuni soci seguirono altre strade. Dopo l’assassinio di Peppino aderirono il fratello Giovanni e la moglie Felicia.

Quando siete nati, a che punto era l’elaborazione sul tema «mafia»?
Il libro più diffuso era quello del sociologo Henner Hess, secondo cui la mafia era una sub-cultura condivisa dai siciliani. Rileggemmo la letteratura precedente. I nostri studi furono la base per il «paradigma della complessità»: la mafia come organizzazione e sistema di rapporti, intreccio tra crimine, accumulazione, potere, codice culturale e consenso sociale. Uno sguardo storico in cui convivevano continuità e innovazione. I riferimenti erano l’inchiesta di Franchetti del 1876 che analizzava la mafia come «industria della violenza» praticata dai «facinorosi della classe media» e l’aggiornamento fatto da Mario Mineo, dirigente della Nuova sinistra, che parlava di una nuova borghesia capitalistico-mafiosa nata negli anni’50.

Tra le vostre battaglie, quella per la verità sulla morte di Impastato è di certo la più importante.
Peppino è un caso unico nella storia delle lotte sociali contro la mafia. La mafia ce l’aveva in casa, non a cento passi. Per questo gli intitolammo il Centro nel 1980. Il nostro coinvolgimento cominciò il 9 maggio 1978, giorno del delitto. L’11 maggio, su invito dei compagni, chiusi la campagna elettorale con un comizio che doveva fare Peppino, indicando come responsabile dell’omicidio Gaetano Badalamenti. Come Centro presentammo un esposto alla Procura. Poi la madre si costituì parte civile, rompendo con i parenti mafiosi. Raccogliemmo prove, sollecitando una magistratura arroccata – come le forze dell’ordine – nell’idea del terrorista-suicida. Una battaglia condotta in isolamento, conclusa dopo più di vent’anni con le condanne dei mandanti e la relazione della Commissione antimafia sul depistaggio delle indagini.

Che tipo di materiale custodite?
Abbiamo una biblioteca di circa 8.000 volumi, un’emeroteca, un archivio di atti giudiziari (Maxiprocesso, i processi Spatola, Impastato, Andreotti, Rostagno), i rapporti del questore Sangiorgi di fine ‘800, una delle prime edizioni de I mafiusi della vicaria (primo testo letterario a registrare l’aggettivo «mafiusi»), materiale di controinformazione. Siamo autofinanziati poiché contestiamo le prassi clientelari di accesso ai fondi pubblici. Da tempo collaborano con noi studiosi e docenti dall’Italia e dall’estero.

Chi studia il fenomeno mafioso, fa i “conti” con le vostre elaborazioni scientifiche.
«Complessità», «borghesia mafiosa», «mafia finanziaria» sono ormai luoghi comuni di cui spesso si ignora la paternità. Ma la demistificazione degli stereotipi e l’integrazione dei paradigmi («associazione tipica», «impresa mafiosa») non è ancora un obiettivo raggiunto. Tra gli studiosi prevale l’idea della mafia come «industria della protezione privata», variante di una visione economicistica. La nostra analisi sugli effetti criminogeni della globalizzazione si scontra con le idee correnti ma è confermata dall’aggravarsi di squilibri territoriali e divari sociali. Il nostro lavoro non sempre ha un riconoscimento adeguato. Non abbiamo appartenenze. E questo si paga.

Guardando al presente, che significato dà alla parola «mafia»?
Oggi si parla di mafia per diversi fenomeni criminali. Vi è mafia quando i gruppi di criminalità organizzata assumono la complessità del modello storico siciliano.

E ad «antimafia»?
È in atto un rigetto dell’antimafia, dopo gli episodi che hanno riguardato alcuni personaggi. Ma il problema va oltre i singoli casi. Buona parte dell’antimafia è legata all’emozione suscitata dai grandi delitti. C’è poca analisi, molta predicazione e disinformazione. Nelle scuole si parla di legalità, ignorando che oltre a quella mafiosa, c’è l’illegalità istituzionale che ha condotto all’impunità delle stragi. E poi si parla di antimafia come di un fenomeno recente, dimenticando lo storico ruolo delle lotte contadine.

Si può parlare di mafia nella città di Roma?
Certo, se ci sono i requisiti previsti dalla legge antimafia: forza intimidatoria, delitti, attività come appalti e servizi pubblici. Ma non si tratta di una mafia storica, nonostante il peso della Banda della Magliana.

Come festeggerete questi quarant’anni?
In primavera uscirà una pubblicazione su quella che chiamo «la mafia dimenticata» e un lavoro su Peppino, fatto insieme a suo fratello Giovanni. Peppino lo ricorderemo ancora il 9 maggio. Poi abbiamo in programma iniziative sul territorio, da Comiso alla tratta degli esseri umani. E ancora incontri sui temi oggetto delle nostre ricerche: media, cinema, mobilitazioni, il ruolo delle donne, la scuola, l’antiracket, l’uso sociale dei beni confiscati. Infine c’è il progetto del No Mafia Memorial, spazio polivalente per raccontare la mafia e le lotte sociali. Dovrebbe essere uno spazio della città, con il Comune co-fondatore e non solo concessionario dei locali. C’è una delibera, ma è ancora sulla carta.

Educazione alla Legalità 2017

Nell’ambito del progetto “Educazione alla Legalità 2017,
Occorre fare fino in fondo il proprio dovere
Premio Nazionale Paolo Borsellino tutto l’anno,
gli studenti del Liceo Saffo di Roseto degli Abruzzo
incontrano Don Aniello Manganiello.
All’incontro sono intervenute:
Elisabetta Di Gregorio – Dirigente scolastico
Luciana Di Bartolome – Assessora alle Politiche Sociali
Luca Maggitti – Giornalista sportivo

Video a cura di Sergio De Angelis

Educazione alla Legalità 2017

Nell’ambito del progetto “Educazione alla Legalità 2017,
Premio Nazionale Paolo Borsellino tutto l’anno,
gli studenti del Liceo Saffo di Roseto degli Abruzzo
incontrano Don Aniello Manganiello.
All’incontro sono intervenute:
Elisabetta Di Gregorio – Dirigente scolastico
Luciana Di Bartolome – Assessora alle Politiche Sociali
Luca Maggitti – Giornalista sportivo

Foto: Mimmo Cusano

PROGETTO “EDUCAZIONE ALLA LEGALITA’ 2017”

Nella valutazione dei “progetti ampliamento della formazione degli studenti” del Ministero per l’Istruzione anno 2017, tra i tanti progetti inviati da scuole di tutta Italia, il Progetto di Educazione alla Legalità dell’Istituto Professionale “Filippo De Cecco” diretto dalla dirigente scolastica Alessandra Di Pietro ha avuto il massimo punteggio per “Qualità del progetto, innovatività e fruibilità del progetto, delle attività e delle metodologie proposte”.

Il Progetto di “Educazione alla Legalità” per gli studenti di Pescara è nato dalla fattiva collaborazione dell’Ipssar “De Cecco” con l’Associazione “Falcone e Borsellino” per educare i giovani al raggiungimento della consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri.

Il Progetto si articolerà 12 incontri inizierà il suo ricco ciclo di incontri il prossimo 27 marzo diviso in due parti legate alla 22° edizione del prestigioso “Premio Nazionale Paolo Borsellino” coordinato dal Presidente on. Francesco Forgione (già Presidente della Commissione parlamentare antimafia) e dal garante Don Aniello Manganiello.
La prima parte si svolgerà dal 27 marzo al 22 maggio.
La seconda parte si articolerà in 7 incontri dal 19 al 28 ottobre.

Motivazioni, premiati 21^ Edizione

antoci
Giuseppe Antoci
Presidente del Parco dei Nebrodi dal 2013. Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 è stato vittima di un grave attentato mafioso dal quale è uscito illeso grazie all’auto blindata e all’intervento della scorta. La sua direzione del Parco si è distinta per la lotta alla corruzione, e all’inquinamento mafioso nei contributi europei.
Testimone di un modo diverso di governare con il suo impegno concreto nella società, con la forza delle sue idee porta sempre avanti il suo impegno di giustizia, a qualsiasi costo, per costruire un futuro migliore.
A Giuseppe Antoci il Premio Borsellino 2016 per l’impegno civile.

saffioti-gaetanoGaetano Saffioti
Imprenditore italiano, testimone di giustizia. Nel 2002 decide di denunciare tutto alla magistratura portando alla condanna di molti esponenti di famiglie mafiose
Da allora la sua vita diventa blindata, perde molte commesse, dipendenti, amici ma decide comunque di restare in Calabria e continuare l’attività.
E’ un uomo che ha dimostrato che una imprenditoria sana è possibile. Basta far prevalere il desiderio di essere e restare uomini liberi. Non ha perso ne la voglia di ripartire, ne quella di sostenere che la strada della legalità, è l’unica che ci può rendere fieri e orgogliosi.
A Gaetano Saffioti il premio Borsellino 2016 per l’impegno civile.

antonino-bartuccioAntonio Bartuccio
Ex sindaco di Rizziconi vive sotto scorta con la sua famiglia da quando ha denunciato e fatto arrestare gli esponenti della famiglia mafiosa Crea che, come emerso dall’operazione ‘Deus’, hanno per anni deciso chi doveva svolgere il ruolo di amministratore comunale nella sua città.
Ha posto come priorità assoluta la trasparenza e la lotta alla ndrangheta in terra di ndrangheta, e continua a lavorare con coraggio nei territori in cui la giustizia è pesantemente minacciata ponendo la mobilitazione dei cittadini al centro del suo impegno per produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, dei valori etici e civili.
A Antonio Bartuccio il Premio Borsellino 2016 per l’impegno civile.

cogliandroFilippo Cogliandro
Chef internazionale. Nel 2006 riceve una Laurea Honoris Causa in Scienze Gastronomiche. Nel dicembre 2008 riceve una richiesta di pizzo dalla ‘ndrangheta che prontamente denuncia alle forze dell’ordine. Parte da qui un nuovo percorso di impegno civile dedicato alla ristorazione ed alla legalità: Filippo Cogliandro attraverso il suo modo di fare cucina e impresa evidenza il “problema ‘ndrangheta” in una città martoriata come Reggio Calabria. Nel 2013 viene nominato Ambasciatore Antiracket nel mondo.
In una terra difficile come la Calabria è schierato apertamente contro le mafie che corrompono la sua terra. Premiamo il coraggio e la professionalità che anima il suo agire, per l’impegno che esprime nel suo ruolo, svolto con un’immagine di assoluta normalità e sobrietà. A Filippo Cogliandro il Premio Borsellino 2016 per l’impegno civile.

boda
Giovanna Boda
Direttore generale del dipartimento per lo studente, l’integrazione e la partecipazione del Ministero dell’Istruzione. Coordinatrice e presidente del tavolo tecnico per la diffusione della cultura della legalità nelle scuole, voluto dal Miur, Csm, Autorità Anticorruzione e Associazione Naz. Magistrati Una donna che si colloca con perfetta coerenza nel nostro progetto culturale educativo, perché nel suo intenso agire quotidiano, intreccia alla competenza i temi della giustizia, dell’integrazione, delle pari opportunità, dunque della legalità. Una donna che ha dato vita a tanti progetti importanti di educazione alla legalità nelle scuole di tutta Italia. Una donna che organizza il coraggio dando corpo alla funzione sociale e civile dell’educazione svolgendo così un importante ruolo di prevenzione e sensibilizzazione della società partendo dai giovani.
A Giovanna Boda il Premio “Paolo Borsellino” 2016 per l’impegno sociale e civile.

ester-castanoEster Castan
Giornalista giovanissima ha raccontato la mafia in Lombardia svelando con intuito, coraggio e tenacia i legami con la ‘ndrangheta del suo comune Sedriano, nel milanese, primo comune sciolto per mafia nel nord italia. Solo da poco ha un lavoro fisso in una redazione vera. Ascoltando il bisogno della sua collettività che chiede sicurezza e diritti, testimonia ancora una volta che per combattere il fenomeno della criminalità organizzata occorre anzitutto un’informazione libera ed indipendente.
A Ester Castano il Premio Borsellino 2016 per il giornalismo.

img_0826Francesco Benigno
Eminente storico con riconoscimenti internazionali. Insegna metodologia della ricerca storica presso l’Università degli Studi di Teramo ed è direttore dell’Istituto meridionale di storia e scienze sociali. Nel 2015 per Einaudi ha pubblicato il libro “La mala setta, alle origini di mafia e camorra”. Uomo che studia, lavora e si batte per il risveglio delle coscienze. Contro l’atteggiamento mafioso del voltarsi dall’altra parte. La sua figura rappresenta per tutti noi un invito all’impegno civile. Per il suo libro e quale illustre storico del nostro tempo, per come ha saputo ricercare le radici più profonde del crimine e del malessere sociale.
A Francesco Benigno il Premio Borsellino per la cultura 2016

img_0827Isaia Sales
Saggista e politico italiano. Insegna “Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia” presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. È editorialista del Corriere del Mezzogiorno e del Mattino. Trai suoi numerosi saggi  “I preti e i mafiosi, storia dell’Italia mafiosa”. E’ uno dei massimi esperti delle dinamiche della camorra e grandi associazioni mafiose. Autore di numerosi libri di successo
dove interroga senza reverenze i risvolti nascosti della realtà e i suoi protagonisti. Per il significativo contributo sui temi della legalità e della verità, per la sua passione e l’alto impegno professionale e civile.
A Isaia Sales il Premio Borsellino per la cultura 2016.

bianca-stancanelliBianca Stancanelli
Giornalista, ha esordito nel quotidiano «L’Ora» di Palermo, occupandosi soprattutto di mafia e politica. Ha pubblicato numerosi racconti tra cui “A testa alta” a cui si è ispirato il film su don Puglisi “Alla luce del sole” . Nel 2016 ha pubblicato “La città marcia” sui rapporti tra mafia e politica a Palermo. Come il suo collega e nostro amico Giuseppe D’Avanzo, premio borsellino nel 2008, che vogliamo ricordare premiandola, crede che solo una informazione non asservita, sia nell’etica del giornalismo. Per i suoi libri e i suoi articoli di denuncia da cui traspare uno straordinario impegno civile che si traduce in una coraggiosa e continua sfida al degrado morale sociale.
A Bianca Stancanelli il Premio Borsellino 2016 per il giornalismo.

giacomo_ebnerGiacomo Ebner
Magistrato responsabile del Tavoli della legalità presso il Ministero dell’Istruzione. Coordinatore per conto del Ministero dell’Istruzione del gruppo incaricato a predisporre le linee guida per l’Educazione alla legalità” nel triennio 2017-2020. Organizzatore della notte bianca della legalità. Una scelta di vita spesa per la legalità interpretando in senso compiuto il magisterium in un momento storico di profondo scollamento della società in cui diventa ancora più importante riscoprire il senso profondo di termini come “legalità” e “giustizia”. Per il suo impegno nel campo educativo e nell’affermazione dei principi della legalità, pensando a lui ci piace ricordare una frase del giudice Livatino ” Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili” Per l’impegno professionale profuso nel campo dell’educazione alla legalità, a Giacomo Ebner il Premio Paolo Borsellino 2016 Per l’impegno sociale e civile.

gerardo-capozzaGerardo Capozza
Uomo delle istituzioni percorre tutti i gradi della macchina amministrativa, sino alla dirigenza generale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con piena aderenza ai principi di onestà e di legalità. Principi che illuminano ugualmente l’attività di amministratore pubblico, dal piccolo comune della difficile terra irpina sino ai consigli di amministrazione delle partecipate per i servizi sul territorio. Impegnato da sempre contro la camorra, contro il fenomeno dilagante degli infortuni e delle morti bianche, coordinatore di innumerevoli comitati scientifici, docente presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Una vita professionale e amministrativa punto di riferimento affinché la legge sia unico faro nella realtà del mondo. A Gerardo Capozza il Premio Paolo Borsellino 2016 per l’impegno civile.

paiolaFederica Paiola
Giovanissima Sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Nell’agosto scorso  grazie alle intercettazioni è stato sventato un attentato contro 
la sua personaInterpretando il bisogno della collettività che sente il bisogno di una società fondata sui più alti valori a partire dalla giustizia, memore degli insegnamenti di Falcone e Borsellinosenza paura porta avanti una instancabile attività di rappresentante vero dello Stato per l’affermazione della legalità.
A Federica Paiola 
il Premio Borsellino 2016 per la legalità.

armando-spataroArmando Spataro
Attuale Procuratore della Repubblica di Torino, impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata e alle cosche della ‘ndrangheta e di Cosa nostra in continuità con il lavoro già svolto nei lunghi anni di attività e di coordinamento delle indagini svolte al Palazzo di Giustizia di Milano. Dal 2002 ha diretto il Dipartimento Terrorismo ed eversione della Procura di Milano. Tra i massimi esperti e analisti del fenomeno del terrorismo, con particolare attenzione a quello di matrice islamica, ha coordinato le principali inchieste, svelando relazioni oscure e trame occulte a livello interno e internazionale. Già componente del Consiglio Superiore della Magistratura e autore di numerosi saggi sul rapporto tra criminalità, giustizia e potere, la sua azione e il suo impegno civile sono sempre stati ispirati dai principi di autonomia e indipendenza sanciti dalla costituzione.
Ispirandosi agli stessi principi e agli stessi valori che hanno animato la vita di Paolo Borsellino, al Dott. Armando Spataro il Premio Nazionale Borsellino 2016.

pignatoneGiuseppe Pignatone
Attuale Procuratore della Repubblica di Roma, impegnato nell’azione di disvelamento degli intrecci tra criminalità organizzata, corruzione, pubblica amministrazione e politica a Roma e nel Lazio, ha coordinato l’inchiesta denominata “Mafia capitale”.
Nei lunghi anni passati al Palazzo di Giustizia di Palermo ha contribuito all’arresto di gran parte dei più noti boss di “Cosa Nostra” e ha coordinato le indagini che hanno portato alla cattura del superlatitante Bernardo Provenzano.
Procuratore capo di Reggio Calabria ha contribuito a rompere il cono d’ombra che da sempre ammanta la mafia calabrese e ha coordinato e diretto le inchieste che, per la prima volta, hanno portato al riconoscimento giuridico dell’unitarietà della ‘ndrangheta e dell’esistenza di una struttura vertice dell’organizzazione.
Esempio di magistrato sobrio e rigoroso, testimone positivo del nostro tempo. Ispirandosi agli stessi principi e agli stessi valori che hanno animato la vita di Paolo Borsellino, al dott. Giuseppe Pignatone il Premio nazionale Paolo Borsellino 2016.